Ti volevo dire una cosa, a te che non parli la mia lingua, che non sai di questo blog, a te che praticamente non mi conosci affatto, nemmeno se per quasi due anni mi hai vissuto accanto tutte le mattine e tutti i pomeriggi dalle 10 alle 19, supperggiù.
Ti volevo dire che ieri sera non è che ti volevo fare rimanere male (o forse un po' sì) ma non era una cattiveria gratuita. È che il mio amato pelatone era lì a dirti che era un peccato che te ne andassi, che andandotene tu il livello dell'ufficio un po' si abbassava perché alla fine tu sei uno diverso dagli altri, con i tuoi interessi non comuni, e il tuo modo di fare intelligente.
Ora io l'ho sempre pensato che eri intelligente. Quando dopo sei mesi che lavoravi qui, ci siamo parlati le prime volte e ho scoperto che grazie alla sola osservazione avevi capito di me più cose di quelle che per esempio aveva capito la mia amica O (acronimo di Odiante), l'ho pensato che eri intelligente e che avevi una sensibilità non comune. E volevo conoscerti. Non ti ho mai trovato particolarmente attraente fisicamente, con il tuo fisico magrissimo e il tuo aspetto dinoccolato (che bella parola "dinoccolato"). Però mi accorgevo che tu sì che eri attratto fisicamente da me (non ne facevi mistero indeed), e la cosa mi faceva piacere, a me ragazza insicura.
E insomma c'è stato un momento in cui sembrava che saremmo diventati amici. Che lo stavamo divendo. Poi è successo quancosa che non so ma tu hai cominciato a non parlarmi più. A essere educato, ma a smettere di cercare occasioni di parlarmi. Poi dopo, per motivi vari ho pensato che la tua intelligenza e la tua sensibilità le mettevi al servizio di fini egoistici e poco nobili, che li usavi per manipolare situazioni e persone, e per ferirle, quando potevi.
Per tornare al punto, quando lui ti diceva "I'm really sorry you are leaving" per me è stato normale dirti "I'm not sorry you are leaving but I really wish you best of luck". Tu, con la tua cultura formale che ti porterai sempre dietro ovunque, sei un po' rimasto (male), poi hai recuperato dicendomi che devo stare attenta a quello che dico quando bevo troppo. Ma io non avevo bevuto troppo.
Io solo volevo dire questo: che c'è stato un momento in cui sono rimasta male perché te ne sei andato ma è stato molto tempo prima che te ne andassi. Forse, è vero, non ho fatto nulla per scoprire perché te ne eri andato, infondo la tua posizione era un po' scomoda per l'equilibrio della mia vita lavorativa e privata, con O. lì guardinga. Però tu te ne sei andato. Allora perché fare finta che mi dispiaccia che te ne vai, se in fin dei conti nella mia vita non sei mai entrato, essenzialmente perché né tu né io abbiamo fatto nulla affinché ciò succedesse. Sarebbe un'ipocrisia. Allora tu te ne vai, e io ti auguro di cuore di essere felice e di conservare intatto il tuo sogno del Giappone, così come un bambino già cresciuto che dopo aver conosciuto la vita adulta si tiene stretto il suo sogno infantile proteggendolo dalla vita.
E te l'ho detto con leggerezza, che non mi dispiaceva che te ne andassi, perché da tempo ormai una parte di me crede che finita questa parte della vita ti reincontrerò in una situazione di vita diversa. E che ti conoscerò, un po' di più. Magari no, ma io a volte sono preveggente.
E grazie degli auguri a "the two of you". Molto gradito.
Ti potrei scrivere, e dirtelo per e-mail, ché la tua mail l'hai lasciata a tutti. Ma... che senso avrebbe? Nessuno. E perciò, te lo dico qui.
Andarsene era scritto perciò ciao ciao
Visualizzazione post con etichetta considerazioni sulla natura umana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta considerazioni sulla natura umana. Mostra tutti i post
mercoledì 1 dicembre 2010
venerdì 16 aprile 2010
Dottò, permettete una domanda?
Me lo chiedevo ieri sera nel letto.
Come mai esiste gente buona e gente cattiva?
Voglio dire, ci sono due categorie di persone nell'approccio agli altri. Una categoria è molto più grande dell'altra.
Ci ho pensato perchè ieri sono andata a trovare una mia amica che si è operata a un piede. E c'era la mamma. Una donna con la faccia buona. Seria, ma con l'atteggiamento di persona di buoni sentimenti.
E ci ho pensato perché in questi giorni mi accorgo in ufficio della cattiveria della gente.
Cioè ho questa cosa in quest'ufficio dove lavoro che pare che quando apro la bocca la gente mi deve contestare. Cioè io dico A e loro dicono "no è B". A volte nemmeno ascoltano quello che dico. Solo che hanno deciso che io non posso dire cose giuste.
Esaminando la cosa a mente fredda, a cominciare da quando lavoro in questo posto... ho cominciato a cercare di capire da dove è nato questo atteggiamento.
Un poco dipende da me, dall'atteggiamento scanzonato con cui sono arrivata qui. Dall'altro dipende dal fatto che a volte la gente, a causa della vita frustrante che facciamo, sente una necessità interiore di sentirsi migliore. E zac al primo errore che fai o alla prima cosa che dici che è un poco originale ti etichetta.
E fin qui niente di strano. Si può arrivare a volte però a situazioni estreme in cui le persone ti fanno cadere in fallo con dolo. O solo odiano il tuo sorriso e cominciano a romperti i coglioni.
In una maniera un po' sadica.
Come se stessero bene a vederti triste e sconsolato. Come se esercitassero su di te la loro vendetta sulla vita.
Poi c'è che la gente è oltremodo competitiva. È una cosa che io noto subito, perché io sono la negazione della competività. Io faccio quello che mi va e a mio modo e se guardo agli altri, quando fanno cose buone, è solo per apprezzarli e dire loro "ah bravo che bella cosa hai fatto" e in un modo sincero. Non è che voglio "rubargli" qualcosa, copiarli, mandargli sfortuna né fargli i conti in tasca. Invece la maggior parte della gente lo fa. Stanno sempre lì a guardarti, a giudicarti, a farti i conti in tasca. E quasi mai si mettono nei tuoi panni.
A parte alcuni. Quegli alcuni sono quelli che diventano a volte miei cari amici.
No, non è che ho tutti amici così. O forse sì :-P
Quella che per anni è stata la migliore amica e a dire il vero ancora lo è, una delle persone della mia anima, l'altro giorno a telefono mentre mi raccontava un fatto, mi ha detto una cosa del tipo:
"Perché quando ci siamo appiccicate io e te l'anno scorso, io ti scrissi quella mail in cui volevo ferirti e ti scrissi un sacco di cattiverie e tu a telefono cercasti di dirmi cose cattive anche tu, senza riuscirci troppo in realtà (risolino), ma poi abbiamo fatto tutte e due un passo verso l'altra e ci siamo incontrate a metà strada".
Ora, la sapete una cosa? Io non volevo ferirla, io non volevo dire cose cattive, le volevo solo far capire il mio punto di vista. E in più ero ferita, of course. Ma proprio una ferita grande quanto un cratere. Però non mi ha sfiorato nemmeno una volta l'idea di volerla fare stare male. Anzi ho pensato che per avermi scritto quelle cose tremende doveva essere rimasta piuttosto male di una cosa di cui secondo me tutto sommato non aveva il diritto si stare male, nel senso che stare male per quella cosa significava limitare la mia libertà. Il ché diciamolo non è giusto.
Soprattutto con una persona, ovvero io, che per amore della sua libertà nella vita ha rinunciato a cose a cui è piuttosto difficile rinunciare.
Ora, io da molto tempo penso e so che questa mia amica a cui io voglio un bene dell'anima e che è e stata e sarà una delle persone più importanti della mia vita, non è buona come lo sono io. Però lo so che ha un senso di giustizia e quando è il caso frena la sua vena meno buona e ci pensa. Finché, se è il caso, e cioè se chi ha di fronte vale la pena, soggioga la cattiveria. E agisce per il meglio.
Ora io molte volte mi sono chiesta perché nella vita ci sono persone che da quando sono piccole osno più altruiste di altre. Meno egoiste. Meno concentrate su se stesse, meno invidiose.
E anche perché ci osno quelle che pur non essendo buone buone (diciamo pure fesse) per natura riescono ad agire in un modo buono e sano la maggior parte delle volte, e perché poi ci sono quelle insanabilmente cattive.
Come ad esempio quel bambino biondo che abitava vicino a me, dagli 1 ai 25 anni circa. Che mi odiava. Lo scopo della sua vita era farmi del male, mettermi in ridicolo, farmi cadere, ridere di me e cose del genere. Mia madre diceva che lui era così perché la mamma era così. Boh.
E allora...
Scusate, dottò, permettete la domanda: perché?
Come mai esiste gente buona e gente cattiva?
Voglio dire, ci sono due categorie di persone nell'approccio agli altri. Una categoria è molto più grande dell'altra.
Ci ho pensato perchè ieri sono andata a trovare una mia amica che si è operata a un piede. E c'era la mamma. Una donna con la faccia buona. Seria, ma con l'atteggiamento di persona di buoni sentimenti.
E ci ho pensato perché in questi giorni mi accorgo in ufficio della cattiveria della gente.
Cioè ho questa cosa in quest'ufficio dove lavoro che pare che quando apro la bocca la gente mi deve contestare. Cioè io dico A e loro dicono "no è B". A volte nemmeno ascoltano quello che dico. Solo che hanno deciso che io non posso dire cose giuste.
Esaminando la cosa a mente fredda, a cominciare da quando lavoro in questo posto... ho cominciato a cercare di capire da dove è nato questo atteggiamento.
Un poco dipende da me, dall'atteggiamento scanzonato con cui sono arrivata qui. Dall'altro dipende dal fatto che a volte la gente, a causa della vita frustrante che facciamo, sente una necessità interiore di sentirsi migliore. E zac al primo errore che fai o alla prima cosa che dici che è un poco originale ti etichetta.
E fin qui niente di strano. Si può arrivare a volte però a situazioni estreme in cui le persone ti fanno cadere in fallo con dolo. O solo odiano il tuo sorriso e cominciano a romperti i coglioni.
In una maniera un po' sadica.
Come se stessero bene a vederti triste e sconsolato. Come se esercitassero su di te la loro vendetta sulla vita.
Poi c'è che la gente è oltremodo competitiva. È una cosa che io noto subito, perché io sono la negazione della competività. Io faccio quello che mi va e a mio modo e se guardo agli altri, quando fanno cose buone, è solo per apprezzarli e dire loro "ah bravo che bella cosa hai fatto" e in un modo sincero. Non è che voglio "rubargli" qualcosa, copiarli, mandargli sfortuna né fargli i conti in tasca. Invece la maggior parte della gente lo fa. Stanno sempre lì a guardarti, a giudicarti, a farti i conti in tasca. E quasi mai si mettono nei tuoi panni.
A parte alcuni. Quegli alcuni sono quelli che diventano a volte miei cari amici.
No, non è che ho tutti amici così. O forse sì :-P
Quella che per anni è stata la migliore amica e a dire il vero ancora lo è, una delle persone della mia anima, l'altro giorno a telefono mentre mi raccontava un fatto, mi ha detto una cosa del tipo:
"Perché quando ci siamo appiccicate io e te l'anno scorso, io ti scrissi quella mail in cui volevo ferirti e ti scrissi un sacco di cattiverie e tu a telefono cercasti di dirmi cose cattive anche tu, senza riuscirci troppo in realtà (risolino), ma poi abbiamo fatto tutte e due un passo verso l'altra e ci siamo incontrate a metà strada".
Ora, la sapete una cosa? Io non volevo ferirla, io non volevo dire cose cattive, le volevo solo far capire il mio punto di vista. E in più ero ferita, of course. Ma proprio una ferita grande quanto un cratere. Però non mi ha sfiorato nemmeno una volta l'idea di volerla fare stare male. Anzi ho pensato che per avermi scritto quelle cose tremende doveva essere rimasta piuttosto male di una cosa di cui secondo me tutto sommato non aveva il diritto si stare male, nel senso che stare male per quella cosa significava limitare la mia libertà. Il ché diciamolo non è giusto.
Soprattutto con una persona, ovvero io, che per amore della sua libertà nella vita ha rinunciato a cose a cui è piuttosto difficile rinunciare.
Ora, io da molto tempo penso e so che questa mia amica a cui io voglio un bene dell'anima e che è e stata e sarà una delle persone più importanti della mia vita, non è buona come lo sono io. Però lo so che ha un senso di giustizia e quando è il caso frena la sua vena meno buona e ci pensa. Finché, se è il caso, e cioè se chi ha di fronte vale la pena, soggioga la cattiveria. E agisce per il meglio.
Ora io molte volte mi sono chiesta perché nella vita ci sono persone che da quando sono piccole osno più altruiste di altre. Meno egoiste. Meno concentrate su se stesse, meno invidiose.
E anche perché ci osno quelle che pur non essendo buone buone (diciamo pure fesse) per natura riescono ad agire in un modo buono e sano la maggior parte delle volte, e perché poi ci sono quelle insanabilmente cattive.
Come ad esempio quel bambino biondo che abitava vicino a me, dagli 1 ai 25 anni circa. Che mi odiava. Lo scopo della sua vita era farmi del male, mettermi in ridicolo, farmi cadere, ridere di me e cose del genere. Mia madre diceva che lui era così perché la mamma era così. Boh.
E allora...
Scusate, dottò, permettete la domanda: perché?
Etichette:
considerazioni sulla natura umana
Iscriviti a:
Commenti (Atom)