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mercoledì 1 dicembre 2010

Au revoir

Ti volevo dire una cosa, a te che non parli la mia lingua, che non sai di questo blog, a te che praticamente non mi conosci affatto, nemmeno se per quasi due anni mi hai vissuto accanto tutte le mattine e tutti i pomeriggi dalle 10 alle 19, supperggiù.

Ti volevo dire che ieri sera non è che ti volevo fare rimanere male (o forse un po' sì) ma non era una cattiveria gratuita. È che il mio amato pelatone era lì a dirti che era un peccato che te ne andassi, che andandotene tu il livello dell'ufficio un po' si abbassava perché alla fine tu sei uno diverso dagli altri, con i tuoi interessi non comuni, e il tuo modo di fare intelligente.
Ora io l'ho sempre pensato che eri intelligente. Quando dopo sei mesi che lavoravi qui, ci siamo parlati le prime volte e ho scoperto che grazie alla sola osservazione avevi capito di me più cose di quelle che per esempio aveva capito la mia amica O (acronimo di Odiante), l'ho pensato che eri intelligente e che avevi una sensibilità non comune. E volevo conoscerti. Non ti ho mai trovato particolarmente attraente fisicamente, con il tuo fisico magrissimo e il tuo aspetto dinoccolato (che bella parola "dinoccolato"). Però mi accorgevo che tu sì che eri attratto fisicamente da me (non ne facevi mistero indeed), e la cosa mi faceva piacere, a me ragazza insicura.
E insomma c'è stato un momento in cui sembrava che saremmo diventati amici. Che lo stavamo divendo. Poi è successo quancosa che non so ma tu hai cominciato a non parlarmi più. A essere educato, ma a smettere di cercare occasioni di parlarmi. Poi dopo, per motivi vari ho pensato che la tua intelligenza e la tua sensibilità le mettevi al servizio di fini egoistici e poco nobili, che li usavi per manipolare situazioni e persone, e per ferirle, quando potevi.

Per tornare al punto, quando lui ti diceva "I'm really sorry you are leaving" per me è stato normale dirti "I'm not sorry you are leaving but I really wish you best of luck". Tu, con la tua cultura formale che ti porterai sempre dietro ovunque, sei un po' rimasto (male), poi hai recuperato dicendomi che devo stare attenta a quello che dico quando bevo troppo. Ma io non avevo bevuto troppo.
Io solo volevo dire questo: che c'è stato un momento in cui sono rimasta male perché te ne sei andato ma è stato molto tempo prima che te ne andassi. Forse, è vero, non ho fatto nulla per scoprire perché te ne eri andato, infondo la tua posizione era un po' scomoda per l'equilibrio della mia vita lavorativa e privata, con O. lì guardinga. Però tu te ne sei andato. Allora perché fare finta che mi dispiaccia che te ne vai, se in fin dei conti nella mia vita non sei mai entrato, essenzialmente perché né tu né io abbiamo fatto nulla affinché ciò succedesse. Sarebbe un'ipocrisia. Allora tu te ne vai, e io ti auguro di cuore di essere felice e di conservare intatto il tuo sogno del Giappone, così come un bambino già cresciuto che dopo aver conosciuto la vita adulta si tiene stretto il suo sogno infantile proteggendolo dalla vita.

E te l'ho detto con leggerezza, che non mi dispiaceva che te ne andassi, perché da tempo ormai una parte di me crede che finita questa parte della vita ti reincontrerò in una situazione di vita diversa. E che ti conoscerò, un po' di più. Magari no, ma io a volte sono preveggente.

E grazie degli auguri a "the two of you". Molto gradito.

Ti potrei scrivere, e dirtelo per e-mail, ché la tua mail l'hai lasciata a tutti. Ma... che senso avrebbe? Nessuno. E perciò, te lo dico qui.

Andarsene era scritto perciò ciao ciao

venerdì 17 settembre 2010

cose di questi giorni

un piccolo trolley rosso ai piedi del letto, mezzo vuoto. carta d'indentitá e passaporto scaduto, regali per le persone del cuore.

una casa per le vacanze in Parallel, stile eixample. Un amico dei 16 anni, con meno capelli, più chili una moglie chiacchierona e due bambini simpatici. cartine sul tavolo. vino in bottiglie di plastica. pioggia.

il bucato inzuppato in terrazza.

vongole a 4 euro l'una. un ristorante adorabile, teche chic di legno con bottiglie ed etichette chic. fiori chic, clientela chic. tavolino di dimensioni ridotte. olive chic. un amico della direciòn in cravatta blu. sonrisas. aneddoti. cameriere tatuato. cibo che si scioglieva in bocca. conto chic. demasiado chic. anghesi.

ipocondria e qualcosa al fegato. maglietta di kermit. not having a bambino. smiles. lacrime. spoiling.

bingo, voucher. cartella verde. smorfia napoletana.

gli uomini nati il xx settembre. gita e pranzo. io non ci saró. ma lui mi ha chiamato.

amici qui e lì. genovese con le seppie. le organizzazioni di dati. qualcuno più distratto di me. gabacho e alemana. e la chubby girl? foto dell'anno scorso, quando la chubby era yo. vita

domenica 4 luglio 2010

un coacervo di pensieri intersecantisi

insomma ecco qui le nostre paure, tutti ne abbiamo
io ne ho una nuova, di essere odiata
non so se è una vera paura, di quelle che mi porterò dietro, o solo una paura contingente. direi piú la seconda
a un certo punto della tua vita diventi il bersaglio dell'odio di qualcuno che hai amato... e ti chiedi il perché... sai che non ha molto senso chiederselo, che l'odio è un po' come l'amore, nasce y ya está

forse le tue domande sono un po' frutto del senso di colpa, perchè quando quella persona ti ha escluso dalla sua vita, in qualche modo tu ti sei sentita liberata

hai la testa piena di pensieri, di tutti i tipi, non solo su di lei e il suo odio... hai pensieri sull'amicizia in generale, su come nasce, su come si rafforza, hai pensieri sulle relazioni d'amore nella tua vita e su quello cerchi. di striscio ti sei anche chiesta quali dovrebbero essere le tue prioritá.

quest'anno a metá anno mi accorgo che alcune delle cose che volevo raggiungere le ho giá raggiunte. ho avuto coscienza di me stessa, ho fatto degli sforzi e ho ottenuto il risultato. mi sembra di essere cambiata molto, da questo punto di vista.

è vero sì che le persone a cui vuoi bene lo sanno, e che tu sai che ti vogliono bene e che dirselo è un di piú quasi sempre. quasi.

sembra che uno parli di paure e si senta o venga subito visto come debole. ma c'è una differenza. le paure relative a cose che abbiamo giá affrontato una volta, ci fanno paura lo stesso, ma le affrontiamo con piú tranquillitá perchè sappiamo che ce l'abbiamo fatta giá una volta. è un po' come con l'amore. se giá siamo stati innamorati una volta, quando il sentimento si avvicina, nostro malgrado, inatteso, lo riconosciamo comunque. e ci domandiamo 'ma non sará mica che per caso mi sto innamorando?'. ma affrontiamo la cosa con piú serenitá rispetto alla prima volta. almeno credo.

il penultimo libro di camilleri che ho letto mi ha lasciato un'impressione forte, perchè c'è montalbano che nel corso di un'indagine conosce un tenente donna della capitaneria di porto, una 33enne belissima e prova un'attrazione fortissima. non solo fisica. prova emozioni dimenticate. balbetta, non riesce a pensare ad altro. poi scopre che anche lei prova lo stesso. dopo essersi visti una volta sola, o due. lei gli confessa le sue emozioni e lui sente la paura di lei di fronte a quelle emozioni che significherebbero un cambiamento di vita. un fidarsi cieco. un darsi anima e corpo. lui, nel momento in cui avverte la stessa paura, comprende il fuggire di lei. quando lui si decide a lasciarsi andare al tumulto dei sentimenti...

mi ha scosso.
molte volte negli ultimi 5 anni ho pensato alla paura di amare. in questi 5 anni ho avuto piú volte voglia in momenti diversi di un compagno. ma l'ultima volta che ho avuto un'occasione non mi sono lasciata andare. non è una cosa facilmente spiegabile. ma a volte una cosa ti sembra così buona che ti spaventa. nel mio caso non ero innamorata, perchè era qualcuno che conoscevo appena, ma era qualcuno che corrispondeva ai miei 'canoni', a quei canoni voglio dire che ho avuto per gran parte della mia vita, perchè ora a dire il vero non ne ho piú. non so se i pregiudizi li ho abbattuti io o si sono abbattuti da soli. è difficile dire perchè uno non si lascia andare. nella fattispecie non credo che la persona in questione meritasse il mio lasciarmi andare, ma credo che se io non fossi stata ingessata le cose sarebbero state un po' diverse. non tanto, solo un po'.

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nota a piè di pagina - coacervo, parola cara alla mia prof d'inglese dell'universitá
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poi passa, quel groviglio si scioglie, un giorno così, su uno scoglio al bordo di un mare azzurro blu verde, quando soffia il vento, tu hai un libro per le mani e qualcuno che ti vuole bene da sempre è lì affianco con un altro libro tra le mani. e vi godete il sole. e il fatto di essere insieme, cosa che avviene di rado.

poi passa. vedi gente felice e contenta intorno a te. respiri l'aria di vacanza. respriri l'amore. vedi il tempo che passa tra i solchi nel viso di chi ti sta di fronte. vedi partite che non vedi più. vivi. y ya está.

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nota a piè di pagina - o forse era la mia prof di italiano delle medie
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mercoledì 18 novembre 2009

lo strano effetto che fa la mia faccia nei vostri occhi...

Quando ti ritrovi di fronte a una persona dopo quasi 10 anni, le rughe sul suo volto le vedi di più. E l'effetto che sortiscono è forte. Quasi come una valanga o un temporale di quelli che durano tutta la notte con lampi e tuoni e tu vai nel letto di mamma per farti proteggere. Noti i capelli bianchi, che quando lui aveva 50 y pico anni non aveva… Noti che gli occhi sembrano più piccoli e più chiari, e la pelle abbronzata pare incartapecorita. Lo sguardo è spento ma sempre caparbio.

domenica 23 agosto 2009

concerto in piazza e ballo

Trovarti abbracciata a qualcuno mentre balli descrivendo a gesti il testo sto della canzone. Ricambiare il suo abbraccio, perderti e poi ricominciare a ballare.

giovedì 16 luglio 2009

metafora della vita?

e mi domando perchè ti dovrei chiamare tutte le volte che passi e ti fermi lontano lontano da me.
Sará come sará se sará vero se sarà vero sarà che mi nasconderai la fine del sentiero, però...ti leggo nel pensiero...


Lei è di lá. Lei esiste da sempre. Ma non è per sempre.
La gente muore. Come quel tipo dalla storia misteriosa di cui oggi lei mi ha detto: "xxx è morto".
La vita a volte è difficile da capire.

Quando lei è qui tutto va bene: tra me e le mie parole e la mia anima.

A me il tipo che è morto mi piaceva. Era un diverso. Era povero. Era.

Lei è di lá. Lei.




domenica 22 febbraio 2009

Di avvocati, vicini, spiagge, libri e altre sciocchezze

Giaceva lì da mesi, nel mio mobile bianco, dove si affastellano fogli di tutti i tipi e libri comprati e aperti mezza volta. Giaceva lì, nella sua copertina blu della Sellerio.

Ieri mattina c'era il sole. Io ero resacosa e mestruatosa. Quando mi sono svegliata il mal di testa impazzava. L'ibuprofene era finito e il sole splendeva. Anche se dalla mia stanza non si vedeva. Aprendo, però, la finestra del soggiorno si poteva intuire un sole caldo dallo spigolo di raggio solare che penetrava dall'alto le mura degli antichi palazzi del vicolo.

Il richiamo della primavera mi ha portato in piscina, a nuotare all'aperto. Uomini e donne in età da pensionamento pigramente sedevano lungo i muri della piscina aperta, su sedie di plastica e lettini foderati di blu, con libri, lettori CD, chiacchiere ed un'abbronzatura che definirei invidiabile ad agosto, figuriamoci a febbraio.

L'aria era calda e l'acqua tiepida ha accolto il mio corpo liberandolo dalle tossine, dallo stress da consegna, dalle preoccupazioni da cambio di casa, dai sogni amorosi nati in una notte di dolore e paura, dal ricordo dell'uomo disteso a terra e della donna nella sedia a rotelle con la paura dipinta sulle sue rughe scure di andalusa. Le bracciate, fendendo l'acqua, mi hanno restituito il mio corpo e la mia energia. E hanno solleticato il mio appetito già quasi primaverile.

Una pasta col tonno, modesta nella qualità ma enorme nella quantità, accompagnata da birra scura senza seven up e seguita dalla versione povera del Mars e da un buon caffé alla maniera di casa, ha fatto da preludio a un'ora nel divano accompagnata un libro. Cosa che, ohimé, mi capita di rado. Mentre l'aria tiepida primaverile spirava da uno spiraglio tra le ante della finestra semichiuse, semidistesa sul divano leggevo le gesta quotidiane di un avvocato meridionale, colto abbastanza per conciliare tradizione a autonomia di pensiero, desiderio di sicurezza e bisogno di libertà. Il tutto condito da una dose di intelligenza, ironia e rispetto per il prossimo. Così il libro che mia madre mi aveva prestato sei mesi fa è uscito dalla semioscurità del mio mobile bianco ed è andato a deliziarsi dell'aria barcellonese al profumo di pasta col tonno di cui, a onor del vero, ha ricevuto anche un piccolo assaggio, tiengendosi leggermente di rosso unto a pagina 33.

La storia dell'avvocato e della sua autonoma e intelligente fidanzata a sua volta ha fatto da preludio a una siesta profonda, di quelle che non mi capitano mai perché no, io non sono brava a dormire il pomeriggio, specialmente alle 4 del pomeriggio fino alle 6.

"Batti il ferro finché è caldo" mi aveva detto A., amica di Irlanda, giovedì mattina quando le avevo raccontato del triste episodio della sera prima e dell'abbraccio inaspettato e tenero datomi da un quarentenne in calzoni di piagiama a quadretti e maglietta bianca di Luz de Gas (nota discoteca figa di Barna, NdS) accorso in soccorso mentre io, con voce tremante, cercavo di spiegare ad un operatore del pronto soccorso o servizio analogo cosa stava succedendo.

Il ferro io non so batterlo, però suonare a un campanello quello sì so farlo.

Il libro nella copertina blu di Sellerio oggi si è fatto un giro sulla spiaggia di Barcellona. Il sole era già basso e il blu dell'orizzonte sfumava nel rosso del sole invisibile. La gente è uscita dal letargo agli scoppi del nuovo sole, il lungomare si è presto riempito di bici, di amici e di parole. Seduta sulla spiaggia a piedi scalzi, l'umidità mi penetrava le osse, ma io incurante ridevo ai commenti pseudomaschilisti dell'avvocato che guarda il culo di una suora e che finge competenze di astrologia druidica.

Come per incanto mi libero. Mi sento come tanto tempo fa, quando avevo il mondo ancora intero, quando a vent'anni è tutto chi lo sa.

E sì, potrebbe succedere. Potrebbe.

A volte dico sciocchezze e sorrido troppo. Però non importa. A ver.

fluttuazioni

un giorno sembra importante e dopo tre giorni sembra una tonterìa.

quello che ti chiedi è perché ti ha abbracciato. Così. Vedendoti appoggiata al muro. Ven aqui. E ti ha abbracciato. Senza lasciarti andare quando tu cercavi quasi di divincolarti, perché in fondo ti sembrava una situazione strana.

e gli sguardi.

Poi bussare alla sua porta. E chiacchierare. Però non è stato lo stesso che la sera dell'incidente.

E boh...

venerdì 6 febbraio 2009

pensierando

Ci sono giorni in cui i pensieri sono come onde di schiuma bianca che rifluiscono sul bagnasciuga. Si spiegano separandosi le une dalle altre e poi si riconfondono nel mare.

Non sempre le onde che rifluiscono sul bagnasciuga sono milioni di rose. A volte sono più incubi riusciti. Carcasse di animali morti maleodoranti. Calaveras di amori e amici.

I pensieri giungono alla mente così, per caso, come in una mattinata di sole in cui si passeggia sul lungomare si incontrano per caso conoscenti che non si vede da tempo, compagni di scuola dotati di nuova prole, o il cugino del vicino dell'amico del tuo compagno di banco.
I pensieri sono proprio così. Sono ricordi dimenticati, sepolti, che si riaffacciano alla memoria.
A volte riaffiorano da soli senza che nient'altro li abbia innescati.
Altre volte tu sei lì a scegliere canzoni da copiare sul tuo lettore mp3, aprendo cartelle e sottocartelle della tua unità esterna quando ti imbatti in file di word dai nomi strani e ritrovi vecchie conversazioni su messenger. Conversazioni di più di 4 anni fa.
Tu sai che la persona che scriveva eri tu, ma la conversazione disegna una vita diversa da quella che vivi ora. Una routine diversa, un lavoro diverso, un fidanzato diverso, interessi diversi, problemi diversi. Ma la stessa identica ironia che hai ora. Lo stesso identico modo libero di vedere la vita che hai ora. Durante tutto il tempo della lettura ti immergi in una te stessa del passato, nella tua vita del passato, e te ne senti attratta. Poi la conversazione termina e ti accorgi che è mezzanotte. Spegni la luce perché è ora di dormire. Il tuo cervello e il tuo cuore metabolizzano. Nei giorni che seguono la tristezza ti permea.

È un caso che quella stessa mattina tu abbia per caso pensato a un verso di una canzone che cantavate insieme e che quel verso ti sia sembrato profondamente diverso da come ti sembrava prima. E che allora ti sia andata a rileggere il testo cantando il motivo nella tua mente. La vita come qualcosa che va e viene. Apparenemtnete diversa ma sempre uguale. In cui siamo tutti dominati dal libero arbitrio e inevitabilmente soli. Nonostante tutto il conoscersi, nonostante tutto l'amarsi. Nell'impossibilità di dimenticare. Nell'impossibilita tuttavia di fermarsi, in un vita in cui l'amarsi e il perdersi si succedono incessantemente. Così incessante che vedendo una stella cadere, si è a tal punto sfiniti che non si sa più cosa desiderare.

E sper iche si vero, che quello che hai provato torni a manifestarsi, sotto un altro cielo, con un nuovo volto.

Ci sono giorni in cui la domanda che ti poni da mesi ormai, quella che ti rode, quel chiederti ripetutamente se dipende da te la tua condizione di single inossidabile, trova una risposta apparente nel rigo di una conversazione in chat svoltasi quasi 5 anni prima. "Lei è diversa da te, lei è intrigante".

E tu che racconti all'amica di Irlanda, quella matura e provata dalla vita, dei tuoi pensieri e le chiedi cosa pensi, e lei che ti dice: "io penso solo che sia venuto il momento di voltare pagina".

domenica 21 dicembre 2008

figlia di famiglia

il senso di pienezza, completezza, amore e comprensione totale che si impossessa di me quando torno a casa è qualcosa che mi sorprende.
mi sorprende il modo in cui, dopo un volo di un'ora e tre quarti e un'oretta di treno, l'aria di mare di una piazza il cui limite sono gli alberi di barche con vele ammainate nel molo mi restituisca la me stessa di sempre.
senza lotta alcuna, una porta chiusa di un ripostiglio dentro il mio corpo si apre e lo sgabuzzino di sentimenti ed emozioni si trasforma in un salone a cielo aperto di amore, cura degli altri, abitudini passate non più esistenti ma amate e conservate con cura che ritornano come il ciclico tic tac dell'orologio, implacabili e ben accolte.
mi sorprende il modo in cui una donna autoconsapevole si riappropria del suo essere di ragazza nonostante o grazie all'esperienza che rende il suo passo più sicuro, i suoi ricordi più forti, i suoi sentimenti espressi a voce più alta, il suo punto di vista più alto, il suo sguardo più curioso, il suo giudizio più benevolo.

mi sorprendo e gioisco della vita.

sabato 27 settembre 2008

amichevolmente

Dormo male. E stanotte mi rigiro nel letto con dolore generalizzato al dente. Direi alla gengiva.
È che io da questo punto di vista sono davvero un caso irrecuperabile. Se un dente non mi si spappola, non vado dal dentista. E ora siamo al momento fatidico. All'inizio della fine. Ho cominciato ad avere dolore nel sogno.

Già prima tuttavia il mio sonno era agitato e alterato dalle emozioni di questi giorni. Vedere o sentire persone amate una volta ogni tre mesi incide notevolmente sulla mia emotività.
Oggi ho parlato con amiche con cui non parlavo da un po'.
Con la mia amica glottologa. Con la mia amica neoprofessoressa. Con amichetta di Spagna.
E amichetta di Spagna non mi ha quasi dato il tempo di alzare la cornetta che mi ha detto: "Mi sposo". "Mi sposo". Con una voce felice e quasi sorpresa. Un po' titubante. Cioè curiosa di vedere la mia reazione.
Il mio cuore è stato invaso dalla felicità. La prima volta nella mia vita che mi emoziono perché qualcuno mi annuncia che si sposa.
Il fatto è che amichetta di Spagna è un'antimatrimonista. Da quando la conosco. E il fatto che a un certo punto abbia sentito quest'esigenza, mi fa credere nell'amore.
Quando io ho conosciuto amichetta, lei era già innamorata di questo ragazzo, che invero è molto fortunato. Quando io ho conosciuto amichetta, lei viveva a un congruo numero di chilometri dal fidanzato. Quando io ho visto per la prima volta il fidanzato di amichetta di Spagna, lei aveva un sorriso radioso e i suoi occhi già brillanti erano ancora più luminosi, la sua testa reclinata da un lato in direzione di lui. E il suo corpo perso nell'abbraccio. E pensai: "Quanto lo ama".
Io non credo molto nel matrimonio. Direi che non credo nel matrimonio di tutti. Credo che sia triste che molta gente si sposi solo per fare una grande cerimonia. Perché così fan tutti. Perché si ha paura di perdere un treno.
Amichetta non rientra in nessuna di queste categorie. Ho sempre stimato Amichetta per quello che ha avuto il coraggio di lasciare per trasferirsi nella città (anzi nel Paese) del suo ragazzo, dove essenzialmente non conosceva nessuno dove non aveva un lavoro. E sentirla felice, e vedere che è cambiata, mi ha emozionato. Mi è venuta voglia di parlare con lei. Di sapere com'è successo. Che pensieri ha fatto. Che esigenze ha.
E mi ha dato una gran fiducia nell'amore. Io so che questa decisione è frutto di amore. Mi dà speranza nella vita.

Intanto subito dopo la telefonata di amichetta, mi è arrivata una risposta ad un sms che avevo inviato qualche giorno fa. Il ragazzo mi ringraziava per gli auguri di compleanno. E mi diceva che todo el mundo si è ricordato del suo cumple.
Altra emozione.

Il dente è ancora indolenzito. Di un indolenzito dolorante.
Insomma quando torno a Barna dovrò decisamente trovarmi un dentista. E con urgenza, per di più.

Mercoledì lui mi ha mandato un sms: "I hope you are enjoying Italian food".
Io ho risposto dopo qualche ora. E lui il giorno dopo: in spagnolo, un messaggio lunghissimo il cui succo era che era contento del fatto che tutto in Italia fosse come io lo desideravo.
Non so se lo capisco questo ragazzo. Ma so che comincio a...

Muxos besos.

venerdì 12 settembre 2008

un altro venerdì

Ho incontrato di nuovo il guatemalteco
Però, no, non gliele ho chieste le foto. Non ero molto reattiva, troppo stanca, di venerdì sera dopo un giorno pieno in ufficio e il virus che ancora serpeggia dentro di me.
Sembrava stanco anche lui. In realtà sembrava resacoso. O triste. Però mi guardava con sguardo pieno. Occhi piccoli. Barba incolta.

sabato 6 settembre 2008

un venerdì

un venerdì ti svegli strano. Ti sveglia la luce. E pensi sia tardi. Sei ancora immerso nel sonno ma la coscienza predomina sul tuo inconscio sonnolento e cerchi il cellulare per sapere l'ora. Trovi una chiamata persa da un numero che non conosci. Pensi sia qualcuno dall'ufficio e pensi "cazzo vuoi vedere che è mezzo giorno e non mi sono svegliata". Poi pensi anche: "vabbè chissenefotte, meglio se ho dormito di più". Poi finalmente guardi l'ora e sono solo le otto.
Allora torni alla tua almohada lunga lunga (sì, qui i cuscini sono matrimoniali) ma il tuo sogno erotico-sentimentale è già sfumato e la routine, i ricordi, lo stress cominciano a invadere il tuo cervello. Ti rigiri. Avvolgi la testa nel cuscino per non sentire il rumore di fondo della città. Ti rigiri. E tuo malgado ti alzi. Mezza nuda, sperando che la coinquilina non abbia ospiti, ti rechi famelica in cucina per il consueto gesto. Acqua, filtro, caffè, cucchiaino, tazzina, zucchero. E torni in camera. Dove... tuo malgrado... cominci a preparati, lentamente, per riscaldare il motore, con dolcezza...

E il venerdì comincia.
La parte noiosa del venerdì comincia. Quella parte in cui vorresti che i clienti fossero morti tutti. Che l'azienda ti pagasse per non far niente. In cui vorresti che il software sul mercato funzionasse davvero. Quella parte in cui sei così stanco dopo una settimana di lavoro che l'idea di uscire a cena la sera ti sembra una fatica insopportabile. Quella parte di giornata in cui gli occhi ti si chiudono. In cui ogni tanto guardi il tuo compagno di banco per vedere se anche lui si sta appapagnando. Quella parte in cui sei grata alla ragazza con le unghia lunghe se inizia a criticare la professionalità di qualche collega solo perché così puoi smettere di fare il tuo lavoro per alcuni minuti.

Poi a un certo punto: piiiing. 18.10.

FUGA

E cominci a pensare:
1) casa, piscina, casa, cena?
2) casa, siesta, cena?
3) casa, piscina, nanna?

CASA
Coinquilino messicano è tornato dal messico, ti accoglie alla porta di casa, ti abbraccia. Ti dà un regalo. Un collana di barro negro de artesania local.
Lui esce.
Tu:
Sottoponi al vaglio pro e contro di piscina, uscita con soli uomini, andare a dormire subito e fino a domani mattina, mentre skaipeggi con mamma, sorella, amica d'Irlanda (che l'hai chiamata senza preavviso -e che voglia che hai di sentirla!- e la cogli mentre è da Tesco), JoFalchetto.

Decidi. Opti per l'opzione 4: bagno post-telefonate, un poco di relax e uscire a cena.

15 minuti prima dell'appuntamento chiudi alle tue spalle la porta di casa, per dirigerti verso la metro.
Le porte dell'ascensore si aprono. Entri. Premi la B (sì gli ascensori spagnoli hanno più tasti con lettere che tasti con numeri). Arrivi al piano Basso. Le porte si aprono. Davanti a te, un uomo incede sicuro ma rilassato. Senza fretta. Maglietta a mezze maniche che dice in uno sguardo sono ancora in ferie mi posso mettere la t-shirt rosa, hai capito io sono in ferie, vacanze, vacaciones, vacances, holidays. E' lui. L'unico condomino che ti fa piacere incontrare. Victor. E' li. Lo saluti. Un po' titubante. Non lo vedi dall'ultima volta che lo incontrasti all'uscita del portone. C'era tua madre. Che guardò, ascoltò il saluto intercorso tra te e il suddetto, lasció che il portone si richiudesse alle vostre spalle e laconica disse "Bell'uomo".
Lui ti saluta. Accenna un sorriso. Ti chiede come stai, quasi incerto sul se si può fermare a dire una parola in più o no. Probabilmente nota il tuo sorriso aperto, perché la dice: ¿que tal las vacaciones?
No, non sono stata in Italia. Sono stata in Finlandia e qualche giorno in Costa Brava.
¿Donde? aqui y aqui.
E tu? Belize y Guatemala.

APRITICIELO
Guatemala? Il sogno della mia vita, Victor! E ti è piaciuto? Ma sei andato in spiaggia o all'avventura?
Con la mochila. Sono dimagrito 3 chili.
Non smetti piú di fare domande. Lui sembra compiaciuto. "Perché sogni di andare in Guatemala?", ti chiede.
Eri scesa in orario per l'appuntamento a cena ma ora sei in ritardo. Vi salutate.

Sorridi, sei contenta. Un uomo cos¡ normale... ma che ascolta Glorya Gaynor... fa le vacanze in posti lontani. Con lo zaino. Prendendo i bus. Camminando nove ore al giorno. E' stato in piú paesi extraeuropei di quelli che tu hai visto in Europa.
Mentre ripensi alla conversazione, cammini. Verso la metro. E pensi. Foto. Avrá fatto foto. Magari lo incontreró di nuovo.

Sei quasi arrivata all'appuntamento con i tre uomini, che pensi siano due, quando il cellulare squilla ed è lui che ti chiede dove sei e perchè lasci aspettare tre uomini che sono lì per te.
L'ansia che avevi prima di decidere cosa fare la sera è completamente svanita. Li saluti. Tutti e tre. E cominciate a ridere e scherzare. E camminate alla volta del ristorante etiope. Proposto da te. Arrivate. Dentro è bellissimo, accogliente e curato ma con la semplicitá che ci si attenderebbe. Tavolini in paglia colorata accolgono grossi vassoi argentei su cui troneggia un pane rotondo tipo base della pizza con sopra carne. Mangiate. Con le mani. Bevete succo di gawaba (o qualcosa del genere) e tè (rigorosamente con hielo perchè siete a Barcelona e qui in estate il tè si beve con ghiaccio). Insomma risate, mani sporche, comida picante, rica y guarra :-) ancora risate. E sì, per questa sera era la scelta giusta. Mi ha risollevato l'umore nero di un'intera settimana. A volte le cose sono piú facili a farsi che a dirsi.

Casa di nuovo. Un passaggio tra i blogger. E nanna. Non senza un pensierino della buonanotte.

Sì, ti chiederó le foto!

giovedì 28 agosto 2008

come io e te che stiamo a guardare tutte queste cose passare

Cose facili: trovare il sito dell'Università di Barcelona e scoprire tutto, tutto ma proprio tutto riguardo al corso di laurea a cui ti vuoi iscrivere.

Cose difficili: capire dove si deve andare per iscriversi all'università di Barcelona


Cose facili: decidere come vestirti per andare a mangiare una pizza napoletana

Cose difficili: trovare le chiavi di casa ammishcate al tuo disordine prima di uscire per andarti a mangiare una pizza napoletana


Cose facili: fare quattro chiacchiere in messenger con l'uomo col cellulare

Cose difficili: non farti prendere dalla nostalgia quando fai quattro chiacchiere in messenger con l'uomo col cellulare




È venuto qualcuno, baby, che non si è presentato.
È venuto lo stesso, baby, ma non era invitato.
È venuto qualcuno, baby, che ci guarda e sta zitto,
e c'è qualcosa che cambia sotto questo soffitto.

martedì 26 agosto 2008

credo che non si possa immaginare...

... un oroscopo più bello del mio in questi giorni...
armonia nei sentimenti, capacità di provare emozioni, originalità e sauarfer nel lavoro. Fino al giorno xxx settembre in cui pare che dovrei innamorarmi per davvero.
Se non fosse che l'oroscopo già me l'ha detto più volte quest'anno che mi innamoravo.
E devo dire che la voglia e la predisposizione ci sono.
Manca la meteria prima.
Ma la verità è che non c'è più nemmeno la fretta, non c'è l'ansia, c'è una strana sicurezza che arriverà. Quando dovrà arrivare. Quasi invisibile. Ma subito bene accolto.

E c'è la conapevolezza che il passato è il passato. Quasi come una vittoria.

C'è quella strana percezione della vita che mi dice con precisione e istintivamente se sto perdendo del tempo, che mi fa evitare di mettere energie in cose o persone che non le meritano. Che mi fa andare avanti per la mia strada, perché poi alla fine per me è ancora vero quello che mi insegnò mia madre da bambina, che è meglio soli che male accompagnati. Dove male non vuol dire che la persona che ti accompagna non è buona, ma solo che non è quella giusta per te.

E se Farewell mi fa piangere perché l'ex uomo della mia vita non è più mio, è proprio questa consapevolezza che mi fa sentire forte, forse perché so come ci sono arrivata. Perché so che passo dopo passo, ragione dopo ragione, discussione dopo discussione, errore dopo errore, sono arrivata fin qui. Fino a questa città multilungue ma con una sola tradizione a cui i più devono adeguarsi se vogliono integrarsi.

E insomma anche il terzo dei tre pensieri si è rivelato ampassan. E questa volta non penso nemmeno che dipenda da me. Non penso che potevo fare le cose meglio. Non penso che potevo evitare qualcosa. Penso che ho fatto quello che mi andava di fare, e che proprio perché l'ho fatto so quello che voglio. E quindi quello che non voglio.

E intanto ho un'amica, che dopo domani compie gli anni. Molti meno di me. E sono contenta di passare il suo compleanno con lei, mangiando pizza. Lei che non lo festeggia mai. Lei che prima mi diceva di no e ora si lascia trascinare dalla mia voglia di vivere.

Il fatto di lasciare un segno nella vita e nel sorriso della gente, è anche questo che dà forza. O almeno che dà forza a me. E intanto oggi la mia collega tornata a lavoro dopo due settimane mi ha detto: oh, ma lo sai che ti sei fatta proprio secca. Erano almeno 10 anni che qualcuno non associava a me la parola secca. E oggi ho comprato il biglietto per tornare a casa. E mentre lo compravo mi sono accorta che l'ho comprato per il giorno del compleanno dell'uomo col cellulare nuovo. Ma non ci sarà il suo compleanno. Non ci sarà lui. Né io e lui. Ci sarò solo io, a casa, felice con la mia famiglia. E questo anche è forza. Che poi è anche lo stesso giorno in cui l'oroscopo dice che mi innamorerò. Non che ci creda, eh. Cioè negli oroscopi sì, ma in questa cosa qui no.

Voglia d'amare.

domenica 27 luglio 2008

nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma

anche le relazioni

soprattutto le relazioni

Oggi pomeriggio nella calura estiva non riuscivo a muovermi, a stare in piedi, a uscire, a stare al pc. Il mio corpo lentamente si è abbandonato sul mio letto misura 150 con la finestra di fronte aperta e tutte le porte della casa aperta. Mi sono addormentata nella brezza. La luce calda entrava dalla finestra.

mi sono svegliata per rumori provenienti da una finestra che dà sul patio interior.

Una sensazione antica, già provata, di città sul mare. Di spensieratezza da studentessa. Di certezza dell'amore del mio compagno d'allora. Un'istante. Di tempo illimitato ed eterno. Di motorino in costiera. Di gelato nella villa comunale.

Un'istante in cui passato e presente si sono confusi.
E un risveglio senza rimpianti. Una vita diversa.

Persone che ci sono ma in modi diversi.

O persone che non ci sono più ma sono nel nostro cuore. Come mia nonna, le sere d'estate fuori al balcone. Biscotto di grano col succo di pomodoro. Frittelle di sciurilli e bocconcini. A volte la tv a volume da sordo. Odore di basilico.

e l'odore forte di mia nonna

e ci sono relazioni a distanza

soprattutto relazioni a distanza

le mie 4 migliori amiche vivono due in Irlanda, una a Napoli e l'altra a Roma

l'amica più stretta che ho qui la conoscevo già prima di venire qui, ma avevamo un rapporto diverso. Saltuario. Di simpatia, ma non stretto.
E ora è diverso. Ieri senza motivo mi ha regalato un libro.

un libro di candele




mercoledì 20 febbraio 2008

Mischiafrancesco*

il mare la sera...
... a barceloneta...

Il vento...
la notte
poca gente
senso di periferia
l'odore del mare come uno schiaffo
La voglia di nuotare. Dell'acqua gelida che avvolge il mio corpo.

Mentre scrivo ho cominciato a cercare in youtube "Pasolini", spinta dalla canzone di cui sopra, che come saprete è proprio dedicata a lui.

Qualche settimana fa, in un festival che hanno fatto qui, ho visto Pasolini prossimo nostro (vedi video) di Giuseppe Bertolucci. Mi ha molto colpito.
Non so molto di Pasolini, a parte aver letto la sua tesi di laurea e un paio di poesie e aver visto un paio di film (non quelli famosi). Conosco la sua storia per sommi capi...
Mi ha colpito il fatto che quello che diceva 30 anni fa Pasolini sia ancora adesso "rivoluzionario".
Essenzialmente questo.


In youtube c'è anche la scena di caro diario in cui Moretti "parla" di lui.
No, non lo dico per fare l'intellettuale, che tanto si vede subito che non lo sono.

Era solo un pensiero. Forte come quello del mare.
Nuotare, sebbene non a mare, mi ha fatto bene. I miei muscoli dolgono. La mia mente si è svuotata, e i pensieri ansiosi hanno lasciato il posto a un altro genere di pensieri: poesia, musica, film.

A Valencia, nella università, c'era una spiegazione di come la città di Valencia si fosse opposta a Franco. E tra l'altro c'era una poesia di Antonio Machado dedicata alla morte di Garcia Lorca

Machado l'ho letto la prima volta da bambina, curiosando fra i libri di mia madre... Edizione spagnola con testo italiano a fronte. Abbastanza per capire...

La poesia era il mio amore da bambina... Il mio poeta preferito Carducci (orrore!) e Arnaldo Fusinato... (chi è costui? quello de L'ultima ora di Venezia). Doppio orrore!

E intanto ascolto Fabrizio de Andrè...
Che conosco poco tambien...

*Impossibile trovare l'etimo della parola Mischiafrancesco in google... eppure sono sicura di aver letto qualcosa in proposito anni orsono... Una strana parola, nevvero?

23.22... mi sono imposta di andare a letto a un orario decente... 23.33

23.40... peccato che poesia, musica e film mi facciano pensare a lui... alle sue parole di ieri e a quelle dette in questi anni. A quando leggevamo l'ode al carciofo di Neruda, a quando ci chiedevamo come mai la moglie di De Gregori non si incazzasse del fatto che il marito aveva dedicato una canzone d'amore a Caterina Bueno e... a molto altro... a quello che vorrei ora... con lui... a ciò che non si può cancellare, a quello che non tornerà mai più...

mercoledì 13 febbraio 2008

Mio nonno

Nonno Rino era del 1910. Era del segno dei gemelli, ma io questo l'ho scoperto solo da grande.
Nonno Rino per me è un sorriso. E una carezza sulla testa di Wisky e una sulla mia.
Eravamo alti uguali io e Wisky, solo che Wisky si estendeva in lunghezza, con le sue 4 zampe e la coda pelosa. Anzi forse Wisky era un po' più alto di me. Anche se era più piccolo credo, ma non ci giurerei, non capisco molto di età dei cani. Eravamo grandi amici. Giocavamo a nascondino. Io mi nascondevo dietro la poltrona di pelle azzurra e lui infilava il muso dietro la spalliera per trovarmi.

Nonno Rino era in pensione e aveva molti hobby. Allevare colombi bianchi nella colombaia sulla grande terrazza al settimo piano di Via LP. Coltivare pomodori e altri ortaggi in grandi vasi sulla medesima terrazza. Martellare chiodi nel misterioso sgabuzzino, pieno di viti e attrezzi, annesso alla grande terrazza. Collezionare le schede degli animali. Prendersi cura della sua prima nipotina.
Per quella nipotina la terrazza del nonno, Wisky, i colombi, la grande pianta di pomodori che si arrampicava sulla ringhiera e la coppola di tela bianca del nonno costituivano non solo l'attività principale dei lunghi pomeriggi estivi ma soprattutto un luogo incantato, in cui tutto era permesso e in cui l'amore era al centro di tutto.
A Scogliera bambina il nonno aveva insegnato a prendere i semini contenuti in quei contenitori che sembravano noci di cocco svuotate e a portarli ai colombi bianchi appollaiati nella loro gabbia gigantesca in cui potevano entrare anche le persone. E aveva insegnato a salire in modo da vedere le uova del colombo che stava più in alto. E a mettere la mano nella cassetta, e le aveva fatto sentire l'uovo caldo, cosi bianco. "Nonno, ma le uova dei colombi si mangiano come quelle delle galline?" "Nonno, perché i colombi bianchi sono nella colombaia e i colombi grigi sono liberi?"
Sì, mio nonno gettava il mangime su tutta la terrazza e i piccioni arrivavano dal cielo. Era sempre grigio il pavimento della terrazza. E io passavo il tempo a rimirarli. Anche quando andavamo ai giardinetti e il nonno portava il pane. Io guardavo il collo dei piccioni allargarsi e poi deglutire, osservavo la curva della gola, e l'occhio fisso sui lati, mentre il becco andava dritto alla meta. Il nonno con una mano teneva "il bastone del nonno" e con l'altra teneva la mia manina. Mentre scendevamo le scale del sottopassaggio che da Via LP portava ai giardinetti io gli guardavo le mani. Scure con pelle spessa e secca, e grandi macchie marroni.
"Mamma, perché il nonno ha le macchie marroni sulle mani, che cosa sono?"
"Sono macchie di vecchiaia."
L'ultimo Natale, a casa, mia madre aveva una macchia marrone sulle mani. E io ho pensato: la mano del Nonno Rino.

Oggetti del nonno Rino:
La sedia di legno marrone scuro, con i braccioli a forma di tarallo. Io e mia sorella, quando mio nonno non c'era o dopo la sua morte, facevamo a gara per sederci su quella sedia. Non ne ho mai più viste di simili, ma un tempo doveva essere un tipo si sedia molto comune. Quando mia nonna decise che era giunto il momento di buttarla, mi sembrò che un pezzo di vita se ne andasse. Ma ora scopro che quella sedia è qui con me.
Il cassetto del guardaroba/specchiera che stava nell'ingresso, contenente le palline di gomma che rimbalzavano, simili alle palline antistress di oggi, ma di una gomma meno lucida, meno moderna e molto scolorita. Gialla rossa blu.
Un tiradadi nero con coperchio giallo (un po' come un portarullino) e due dadini di plastica azzurri.
Il giradischi. Con la cassa esterna di plastica verde rigida, doveva aver visto la guerra. In quel giradischi metteva i dischi per me. Heidi, Mi scappa la pipi, I suonatori di Brema (con la copertina di carta azzurra e la scritta rosa "la banda dello zecchino"). E il magico disco con i versi degli uccelli, che ascoltavo seduta sulle sue ginocchia mentre mi sbucciava le fave.
Il calendario a dadini di legno. La filastrocca sui mesi: 30 giorni a novembre, con aprile, giugno e settembre...
La foto di Zio Tonino, figura mitologica che non ho mai avuto il piacere di conoscere. Il fratello maggiore di mio nonno. Ho conosciuto la moglie, lei sì che me la ricordo. Lei e le sue stranezze.
I televisori e relativi mobiletti.
Una volta morto mio nonno e gettati i televisori causa inutilizzabilità io e mia sorella, anche detta "a patanella ru nonn", li utilizzavamo come se fossero stati pattini da mettere sotto la pancia (in realtà noi dovevamo arrampicarci su quei mobiletti (i carrellini, li chiamava mia nonna) e ci giravamo per tutta casa di mia nonna, la quale ci urlava dietro perché aveva dato la cera. E ora che ci penso era in uno di questi strani "mobiletti" che erano riposte le palline e i dadi.
Beh, a pensarci, se volessi descrivere tutti gli oggetti e i ricordi ci vorrebbero anni.
Avevo solo 6 anni (e [6] anni sembran pochi quando poi ti volti a guardare e non ci sono più), ma è incredibile quanto quelle cose siano profonde dentro di me, riposte in un angolo del mio cuore. Indelebili.
E le caramelle mou e i trasferelli.

Fino alla nascita di mio cugino. Il primo nipote maschio. Deve essere stato il primo attacco di gelosia della mia vita. Per la prima volta mio nonno, mio indiscusso ammiratore, aveva comprato una gallinella in latta colorata, di quelle a cui si dava la corda per farle camminare, al bimbo che per volontà di mio nonno non si chiamava come lui. Ricordo mio cugino con meno di un anno scorrazzare nel girello per tutta la casa... che già non era più quella con la grande terrazza, in cui già più non c'era il cane...
I miei nonni erano stati sfrattati, proprio nel periodo in cui mio nonno aveva scoperto di avere un tumore al polmoni.
Poi morì. E io risi per due giorni quando me lo dissero.
Pare che io arrivai alla porta della stanza di mio nonno morente proprio nel momento in cui lui stava esalando l'ultimo respiro. Una porta di vetro chiusa. Erano le sette del mattino.
Non più capelli bianchi rasati a zero da accarezzare. Non più Kojac nel letto con lui né le fette biscottate con la marmellata. Né la tosse. Né mia nonna che si lamentava perché il nonno era dimagrito e che parlava del "dottorino" che lo veniva a visitare.
Uno scheletro in realtà era diventato. Ma gli occhi, per quanto sofferenti, sempre profondi e con un guizzo d'intelligenza e d'amore che balenava a tratti.

[suscettibile di modifiche]

domenica 20 gennaio 2008

Il polipo

Prima di natale ho conosciuto un tizio, amico di chicomexicano.

Alto, bastante moreno, spalle larghe, direi un po' palestrato nelle spalle, la faccia da ragazzino. Filosofo, sedicente matematico.

Non mi ha detto molto, finche alzandosi dal divano su cui era seduto, mi ha accarezzato con un dit sotto il mento. Lo conoscevo da due ore, ci avevo parlato 15 minuti al massimo.incredibile il mio bisogno di affetto e di contatto fisico con gli uomini. Un abbraccio dato per caso mi rinfranca.

Lo imputo ormai da un po' all'assenza della figura parterna nella mia infanzia, all'assenza di quegli abbracci che quasi tutte le donne hanno vissuto da ragazzine, l'assenza di quele attenzioni disinteressate di un uomo adulto.

Dopo quella carezza me ne ha fattealtre, tenere e sempre in pubblico, la stessa sera. Mi ha colpito.

Finché all'uscita di gruppo successiva e carezze sono diventate abbracci e un po' eccessivi e la sua attrazione fisica verso di me evidente e preponderante. E non si può dire che mi dispiacesse, se non fosse che sapevo, e non da lui, che era fidanzato.

Ieri, altra uscita di gruppo non mi abbraccia piu, e il suo atteggiamento era completamente diverso, con mio sollievo.

Tutto questo per dire che nel mondo c'e un sacco di gente deludente, che le mie aspettative sono sempre alte e che a volte vorrei stare nella testa della gente.

domenica 23 dicembre 2007

Casa dolce casa

La mia casa è calda e accogliente. Mia madre ha messo lucine di natale, presepi e renne in ogni angolo. Le candele diffondono aromi soavi.
La mia stanza ha subito una metamoforsi, dovuta all'attesa degli ospiti che arriveranno stasera o domani. Sotto l'armadio a ponte vive ora il lettino dell'hermanita. La stanza dell'hermanita verrà abitata dagli zii. La mia valigia aperta troneggia sul tappeto, è già stata svuotata,, dato che era piena fino all'osso di dolciumi e regali. Ora nella valigia troneggia la mia coperta blu di Titti, il sacco a pelo e varia altra roba che mi è mancata nella ridente Barcellona. C'è anche una macchinetta del caffè da due tazze, finalmente! :-) Prima di chiuderla infilerò un altro paio di maglioni e i regali che riceverò.
Già ho ricevuto qualcosa. Il kit per la sopravvivenza della mia meravigliosa amica Pinta. Ultimamente Pinta è un caposaldo della mia vita, come prima lo era l'uomo col cellulare. Ci pensavo venerdì notte. Quando sono arrivata a Roma con l'aereo oltre al messaggio a mia madre l'altra persona da avvisare era Pinta, la quale non avendo ricevuto il messaggio all'ora prevista dell'arrivo mi ha telefonato e mi ha passato gli amici che erano con lei. Calda accoglienza.

Gli amici da un po' ormai sono il punto saldo della mia esistenza. L'àncora. Le fondamenta. E che lo siano per sempre. Che ci siano sempre.

Ecco ora sono tutti lì sul messenger :-)

A prestissimo, amici bloggers (come mi siete mancati!)