Pagine

venerdì 16 luglio 2010

è estate, luglio 2010
la prima volta che ho scoperto i blog e ho cominciato a scriverne uno, ovvero questo, era luglio 2007.
non sapevo ancora che di lì a poco avrei lasciato di nuovo l'italia per andarmene a barcellona
non sapevo ancora che il mio ex-ragazzo sarebbe stato il mio ex-ragazzo per sempre
non sapevo ancora che avrei imparato due nuove lingue
non sapevo ancora che avrei avuto nuovi amici
non sapevo ancora che un giorno avrei abitato da sola
non sapevo ancora che un giorno avrei pensato che la mia vita non sarebbe mai piú stata nella mia cittá natale
non sapevo chi era Ken Parker
non sapevo quasi nulla sull'indipendentismo catalano
non sapevo di poter suscitare tanto odio
non sapevo cosa fosse Cadaquès
non sapevo nemmeno una parola in polacco
non sapevo che un giorno avrei avuto la volontá e la costanza di dimagrire 9 chili, in realtá non sapevo nemmeno che sarei ingrassata quei 9 chili

non sapevo molte cose
e ancora molte non ne so

non so...
... come sará la gente che conosceró lunedì
... che lavoro faró tra un anno
... dove saró tra un anno
... se i pochi amici che ho qui saranno qui tra un anno
... se ricominceró a parlare russo
... se avró nuovi amici, come saranno, dove saranno...
... se...

domenica 4 luglio 2010

un coacervo di pensieri intersecantisi

insomma ecco qui le nostre paure, tutti ne abbiamo
io ne ho una nuova, di essere odiata
non so se è una vera paura, di quelle che mi porterò dietro, o solo una paura contingente. direi piú la seconda
a un certo punto della tua vita diventi il bersaglio dell'odio di qualcuno che hai amato... e ti chiedi il perché... sai che non ha molto senso chiederselo, che l'odio è un po' come l'amore, nasce y ya está

forse le tue domande sono un po' frutto del senso di colpa, perchè quando quella persona ti ha escluso dalla sua vita, in qualche modo tu ti sei sentita liberata

hai la testa piena di pensieri, di tutti i tipi, non solo su di lei e il suo odio... hai pensieri sull'amicizia in generale, su come nasce, su come si rafforza, hai pensieri sulle relazioni d'amore nella tua vita e su quello cerchi. di striscio ti sei anche chiesta quali dovrebbero essere le tue prioritá.

quest'anno a metá anno mi accorgo che alcune delle cose che volevo raggiungere le ho giá raggiunte. ho avuto coscienza di me stessa, ho fatto degli sforzi e ho ottenuto il risultato. mi sembra di essere cambiata molto, da questo punto di vista.

è vero sì che le persone a cui vuoi bene lo sanno, e che tu sai che ti vogliono bene e che dirselo è un di piú quasi sempre. quasi.

sembra che uno parli di paure e si senta o venga subito visto come debole. ma c'è una differenza. le paure relative a cose che abbiamo giá affrontato una volta, ci fanno paura lo stesso, ma le affrontiamo con piú tranquillitá perchè sappiamo che ce l'abbiamo fatta giá una volta. è un po' come con l'amore. se giá siamo stati innamorati una volta, quando il sentimento si avvicina, nostro malgrado, inatteso, lo riconosciamo comunque. e ci domandiamo 'ma non sará mica che per caso mi sto innamorando?'. ma affrontiamo la cosa con piú serenitá rispetto alla prima volta. almeno credo.

il penultimo libro di camilleri che ho letto mi ha lasciato un'impressione forte, perchè c'è montalbano che nel corso di un'indagine conosce un tenente donna della capitaneria di porto, una 33enne belissima e prova un'attrazione fortissima. non solo fisica. prova emozioni dimenticate. balbetta, non riesce a pensare ad altro. poi scopre che anche lei prova lo stesso. dopo essersi visti una volta sola, o due. lei gli confessa le sue emozioni e lui sente la paura di lei di fronte a quelle emozioni che significherebbero un cambiamento di vita. un fidarsi cieco. un darsi anima e corpo. lui, nel momento in cui avverte la stessa paura, comprende il fuggire di lei. quando lui si decide a lasciarsi andare al tumulto dei sentimenti...

mi ha scosso.
molte volte negli ultimi 5 anni ho pensato alla paura di amare. in questi 5 anni ho avuto piú volte voglia in momenti diversi di un compagno. ma l'ultima volta che ho avuto un'occasione non mi sono lasciata andare. non è una cosa facilmente spiegabile. ma a volte una cosa ti sembra così buona che ti spaventa. nel mio caso non ero innamorata, perchè era qualcuno che conoscevo appena, ma era qualcuno che corrispondeva ai miei 'canoni', a quei canoni voglio dire che ho avuto per gran parte della mia vita, perchè ora a dire il vero non ne ho piú. non so se i pregiudizi li ho abbattuti io o si sono abbattuti da soli. è difficile dire perchè uno non si lascia andare. nella fattispecie non credo che la persona in questione meritasse il mio lasciarmi andare, ma credo che se io non fossi stata ingessata le cose sarebbero state un po' diverse. non tanto, solo un po'.

xxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
nota a piè di pagina - coacervo, parola cara alla mia prof d'inglese dell'universitá
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxx

poi passa, quel groviglio si scioglie, un giorno così, su uno scoglio al bordo di un mare azzurro blu verde, quando soffia il vento, tu hai un libro per le mani e qualcuno che ti vuole bene da sempre è lì affianco con un altro libro tra le mani. e vi godete il sole. e il fatto di essere insieme, cosa che avviene di rado.

poi passa. vedi gente felice e contenta intorno a te. respiri l'aria di vacanza. respriri l'amore. vedi il tempo che passa tra i solchi nel viso di chi ti sta di fronte. vedi partite che non vedi più. vivi. y ya está.

xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx
nota a piè di pagina - o forse era la mia prof di italiano delle medie
xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx

domenica 27 giugno 2010

domeniche

a volte ci sembra che la nostra vita sia cambiata un migliaio di volte, che anche se abbiamo memoria di quello che facevamo a 10 anni, a 15 a 20, e se sappiamo come siamo passati da una fase di vita all'altra, a volte ci sembra che siamo quasi persone diverse.

quando ero bambina le domeniche pomeriggio erano pomeriggi in famiglia. con mia madre e mia sorella, e mia nonna a guardare la tv o a leggere un giallo nello studio. erano film di disney in tv la sera, compiti a casa non fatti il sabato, chiacchiere tra noi. invece la domenica mattina era sociale, specialmente per via della messa, con il coro, gli amici, la gente. e cucinare. mia madre faceva i calzoni fritti o la sogliola indorata e fritta che si annoverava tra i miei cibi preferiti.

da quando vivo sola la domenica sera mi piace stare a casa. mi piace cucinare, pensare a me stessa, raccogliere i pensieri, proprio come quando ero bambina e lo facevo con mia sorella e mia madre.

stasera ad esempio, sono tornata a casa dopo una lunga passeggiata sul lungomare con un'amica e la prima cosa che ho fatto rientrata in casa-vabbè la seconda- è stato andare a spacchettare le verdure nel frigo, tagliarle a tocchetti e infilarle nel forno, a mò di ciamfotta. non che ne avessi veramente bisogno, infatti la cena pronta ce l'avevo giá e anche il pranzo per domani. ho giá cenato e le verdure sono lì ancora nel forno. zucchine melanzane e un peperone che odorano di menta e cipolla. la casa profuma di famiglia

mercoledì 23 giugno 2010

23 giugno

ho visto su wikipedia i Santi di oggi, sono santi con il cognome, e questo già la dice tutta.
Però che santo è domani non c'è bisogno di controllarlo da nessuna parte.
Domani è San Giuànn, come si direbbe a Napoli, e in Catalogna la festa comincia il 23 notte. Una masnada (che bella parola masnada*) di gente si catamina sulla platja a bere, a ballare e a sparare petardi, come già ci ha ricordato un altro catalano acquisito altrove.

Scogliera ha una strana relazione con questa festività, a metà tra l'impotenza e l'emarginazione. Per qualche recondito motivo sì, questa festa mi fa sentire impotente ed emarginata.

Insomma quello che davvero ci interessa è che a San Giuànn non si travaglia, non si lavora, ergo non si soffre. Quando studi lessicografia all'università ti spiegano questa cosa di come un lemma in una stessa lingua o in due lingue diverse cambia di significato nel tempo e passa designare qualcos'altro che ha con il primo singificato qualcosa in comune. In certi casi poi il lemma che ha mutato il significato cambia anche forma o qualche particolare della grammatica in qualchem odo per sancire dal punto di vista formale l'avvenuto cambiamento. Ad esempio in catalano Terra nel senso del pianeta di dice La terra, ma nel senso di suolo si dice El terra.

Insomma, non si lavora. Non si lavorerà, per essere precisi, perché al momento si lavora.

La primavera, perché si è vero che da lunedì siamo ufficialmente nell'estate ma nella pratica è ancora primavera, è la stagione degli amori. I nostri ormoni travagliano di più, la nostra pelle si fa più luminosa, ci sentiamo più belli, ci vestiamo meglio, notiamo gli uomini che (o le donne) che ci guardano in metropolitana e via discorrendo.

Questa cosa va bene quando hai un fidanzato o quando te lo fai in quella suddetta primavera. Altrimenti è un po' frustrante, perché quell'atmosfera sognatrice e da sogno si infrange contro uno scoglio di realtà, come un'onda invernale durante una mareggiata, quelle onde che frantumano i muretti difensivi dei lidi sul litorale...

Insomma c'è di buono d'altro canto che la primavera ti fa anche vedere il bello e sorridere, ma sorrideremmo di più senza questo cielo grigio, nevvero (avrebbe detto la mia prof di italiano del liceo)?


*Devoto e Olio dicono:
ETIMO Dal provenz. maisnadafamiglia, servitù’, dal lat. *mansionatagente di famiglia’, der. dimansio -onisabitazione

venerdì 18 giugno 2010

non di solo 'les corts' vive l'uomo

d



questo è essenzialmente un post di foto dedicato al mio inviato speciale a barcellona preferito, ovverossia il signor hanz
al grido del motto non 'non di solo les corts vive l'uomo' vi presento un po' di foto prese al parco della guinaueta una domenica in cui tanto per cambiare si festaggiava qualcosa.
la cosa carina erano i cartelli, sparsi per tutto il parco ed erano carini perchè erano, udite udite, gli stessi cartelli usati nel 1985 per la stessa festa di cui si celebrava l'anniversario.
insomma forse non era la sera migliore per caricare le foto perchè la mia connessione fa i capricci.
a presto.

martedì 4 maggio 2010

Els nens quins anavan al zoo i altres comptes

A volte, quando hai voglia di parlare con qualcuno che da tempo non si affaccia più alla tua vita, scopri che anche lui aveva voglia di parlare con te. Lo scopri per caso. Perché una conversazione iniziata per caso e cominciata in modo quasi formale e sbocconcellato si trasforma in un lui che si dice di non essere capace a fare un passo importante nella sua vita, e in una lei lì ad ascoltarlo a pensare nelle sue di impossibilità.

Una notte facevi fatica a dormire, l'acqua picchiettava alle finestre con solerzia, mentre gli occhi ti bruciavano per le lacrime che non eri riuscita a trattenere mentre qualcuno che ha ancora un posto dentro la tua anima ti apriva la sua. Poi ti svegli. Nove minuti prima della sveglia del cellulare rosso. Non quello che fa "Son las ocho horas en punto. Es ora de levantarse". L'altro. Hai mal di testa e nemmeno ti alzi che già ti droghi con Espidifen, perché è un giorno in cui già trabocchi di emozioni, un giorno in cui sei ancora come una spugna rigonfia per le lacrime della notte prima, e non puoi farcela con il mal di testa. Fai colazione lentamente, fai la doccia lentamente, senti un sms che arriva sul telefono italiano, sai già che è Faccinda. Hai un po' di ritardo. Raccogli tutto ciò che ti serve, ti guardi nello specchio, indossi il basco che hai comprato da H&M a Belfast e apri la porta. Al pianterreno l'uomo del pian terreno sta scopando le mattonelle giusto davanti alla sua porta e davanti alle scale per le quali scendi. Ti guarda dai piedi verso alto. Tu dici Buenos dias e lui quasi si sorprende. Passi. Lui continua con la scopa.
Dal fruttivendolo non ti fermi a comprare le fragole. E' tardi e le signore si accalcano all'entrata.
Il treno della metropolitana arriva bofonchieggiando mentre tu scendi le scale, di fretta. Ti dici "non c'è fretta, ce la faccio" e infatti ce la fai. Sali ti siedi vicino al finestino. Il vagone è mezzo vuoto, nei quattro posti paralleli al tuo è seduto solo un signore, lato finestrino, con una fasciatura al piede e una stampella. Viso perso nel vuoto, come ogni passeggero di metro.
Sei lì seduta, senza verve. Man mano che il treno avanza ti perdi nei tuoi pensieri, sei così persa che non sai nemmeno cosa stai pensando. La spugna è ancora turgida. Le emozioni sono lì, non bollono più ma ondeggiano sotto la superficie.
Rinvieni per un secondo, noti come sia tu che il signore siete già in Modalità Metro, completamente alienati. Il secondo è passato e ti allontani di nuovo.
Ciùciù, chafchaf, jajajaj, bobobobo, fotfotfot, SPATAPALASH.
Bambine e bambini sui dieci anni, vocianti e di corsa si accalcano nel quadrato tuo e dell'uomo e lottando per un posto si siedono in sette nei tre posti liberi del tuo quadrato. Le prime due sono donne. Una bambina morena, alta e magra, con il codino alla Mimì Ayuara, gli orecchini un punto brillante sulla pelle giovane, una catenina d'oro sottile, una tuta di buona qualità, occhiali da vista alla moda e un sorriso che incanta. Ti guarda un istante e tu in quell'istante sorridi a lei, alla sua giovinezza e al jaleo allegro di quel gruppetto che porta le emozioni della vita di nuovo a contatto con la spugna. La bambina bionda, mingherlina mingherlina e bassina dice un timido Hola e si apre in un sorriso gioioso quando tu sorridendo le rispondi con voce squillante Hola. La comitiva è ora adagiata nei posti. Parlano, guardano foto su una macchina digitale, si fotografano tra loro, finché tu non ti accorgi che il contatto con quella vita fa gocciolare la spugna, che è già troppo piena. E vedi che la piccola donna morena di dieci anni guarda quell'emozione che scorre sul tuo viso sottoforma di acqua. Poi cerca un momento in cui tu non guardi (o in cui lei crede che tu non guardi) per mettersi una mano davanti alla bocca e seminascodersi dietro l'orecchio della bambina bionda e sussurrarle qualcosa all'orecchio. La bambina bionda ti guarda. Tu ti accorgi che non devi piangere davanti a quelle creature che ancora non conoscono la vita. E ricominci a sorridere, chiedi al bambino grassottello alla tua destra dove vanno. Al zoo, ti dice un po' titubante. Sicuramente a casa gli hanno detto di non parlare con gli sconosciuti. La comitiva ripende a vociare. Poi a un certo punto ti accorgi che piangi di nuovo e che anche un altro bambino appoggiato con i gomiti allo schienale delle bambine ti guarda. Capisci che non puoi attivare la diga a quel fiume. Allora ti alzi, quasi dimentica di loro, solo li vedi perché è da loro che ti nascondi. La bambina bionda pronuncia un Adeu deciso quando ti vede alzarti ed entrambe le bambine ti sorridono, come per darti coraggio ma hanno un'ombra negli occhi. Tu ti accorgi che sei stata maleducata ad andartene così, ti rigiri a metà e dici con un sorriso forzato Adeu, avendo cura di lasciare il viso seminascosto alla loro vista.
Non è la tua fermata. Ti appoggi lì a uno schienale, di spalle a loro. Gli adulti di fronte possono tranquillamente vedere le tue lacrime. Nessun trauma per loro a quella visione. Infatti nemmeno se ne accorgono. Tu sei solo uno dei mille volti che incontrano nelle loro giornate. Finalmente il treno si ferma.

E tu ricominci la corsa verso la tua routine.

mercoledì 28 aprile 2010

una serata normale

il segreto dovrebbe essere trovare il bello nella normalità.
Quando sei triste ti dicono che è perchè non vedi le cose buone che ci sono nelle tua vita.

Io questi giorni ho la fissa che dio è machista, o maschilista per dirlo nella mia lingua. Ché le lingue le mischio sempre di piú. Anche gli accenti ora... ma gli accenti dipendono solo dal teclado...
A volte le parole invece non me le ricordo. Oggi un compagno di catalano ha quiesto come es diu in catalano desafìo e la prof ha risposto con una parola che più o meno somigliava al castigliano ma io non mi ricordavo il significato di desafio, così ho chiesto allo svedese ¿y que es? e lui "Challenge! Com es diu challenge en italiano?" "Sfida".

L'evento del giorno qui è stato Inter Barça, a occhio e croce direi che non c'è abbastanza casino per pensare che il barça abbia vinto... forse basterebbe aprire repubblicaonline per saper-lo. Ma voglio davvero saper-lo? No, non è un'andata a capo sbagliata. Il fatto è che in catalano ai pronomi attaccati verbi mettono il guillon. L'hyphen, per confondere ancora di più le acque...

venerdì 16 aprile 2010

Dottò, permettete una domanda?

Me lo chiedevo ieri sera nel letto.
Come mai esiste gente buona e gente cattiva?

Voglio dire, ci sono due categorie di persone nell'approccio agli altri. Una categoria è molto più grande dell'altra.

Ci ho pensato perchè ieri sono andata a trovare una mia amica che si è operata a un piede. E c'era la mamma. Una donna con la faccia buona. Seria, ma con l'atteggiamento di persona di buoni sentimenti.
E ci ho pensato perché in questi giorni mi accorgo in ufficio della cattiveria della gente.

Cioè ho questa cosa in quest'ufficio dove lavoro che pare che quando apro la bocca la gente mi deve contestare. Cioè io dico A e loro dicono "no è B". A volte nemmeno ascoltano quello che dico. Solo che hanno deciso che io non posso dire cose giuste.

Esaminando la cosa a mente fredda, a cominciare da quando lavoro in questo posto... ho cominciato a cercare di capire da dove è nato questo atteggiamento.
Un poco dipende da me, dall'atteggiamento scanzonato con cui sono arrivata qui. Dall'altro dipende dal fatto che a volte la gente, a causa della vita frustrante che facciamo, sente una necessità interiore di sentirsi migliore. E zac al primo errore che fai o alla prima cosa che dici che è un poco originale ti etichetta.

E fin qui niente di strano. Si può arrivare a volte però a situazioni estreme in cui le persone ti fanno cadere in fallo con dolo. O solo odiano il tuo sorriso e cominciano a romperti i coglioni.
In una maniera un po' sadica.
Come se stessero bene a vederti triste e sconsolato. Come se esercitassero su di te la loro vendetta sulla vita.

Poi c'è che la gente è oltremodo competitiva. È una cosa che io noto subito, perché io sono la negazione della competività. Io faccio quello che mi va e a mio modo e se guardo agli altri, quando fanno cose buone, è solo per apprezzarli e dire loro "ah bravo che bella cosa hai fatto" e in un modo sincero. Non è che voglio "rubargli" qualcosa, copiarli, mandargli sfortuna né fargli i conti in tasca. Invece la maggior parte della gente lo fa. Stanno sempre lì a guardarti, a giudicarti, a farti i conti in tasca. E quasi mai si mettono nei tuoi panni.
A parte alcuni. Quegli alcuni sono quelli che diventano a volte miei cari amici.

No, non è che ho tutti amici così. O forse sì :-P

Quella che per anni è stata la migliore amica e a dire il vero ancora lo è, una delle persone della mia anima, l'altro giorno a telefono mentre mi raccontava un fatto, mi ha detto una cosa del tipo:
"Perché quando ci siamo appiccicate io e te l'anno scorso, io ti scrissi quella mail in cui volevo ferirti e ti scrissi un sacco di cattiverie e tu a telefono cercasti di dirmi cose cattive anche tu, senza riuscirci troppo in realtà (risolino), ma poi abbiamo fatto tutte e due un passo verso l'altra e ci siamo incontrate a metà strada".

Ora, la sapete una cosa? Io non volevo ferirla, io non volevo dire cose cattive, le volevo solo far capire il mio punto di vista. E in più ero ferita, of course. Ma proprio una ferita grande quanto un cratere. Però non mi ha sfiorato nemmeno una volta l'idea di volerla fare stare male. Anzi ho pensato che per avermi scritto quelle cose tremende doveva essere rimasta piuttosto male di una cosa di cui secondo me tutto sommato non aveva il diritto si stare male, nel senso che stare male per quella cosa significava limitare la mia libertà. Il ché diciamolo non è giusto.
Soprattutto con una persona, ovvero io, che per amore della sua libertà nella vita ha rinunciato a cose a cui è piuttosto difficile rinunciare.
Ora, io da molto tempo penso e so che questa mia amica a cui io voglio un bene dell'anima e che è e stata e sarà una delle persone più importanti della mia vita, non è buona come lo sono io. Però lo so che ha un senso di giustizia e quando è il caso frena la sua vena meno buona e ci pensa. Finché, se è il caso, e cioè se chi ha di fronte vale la pena, soggioga la cattiveria. E agisce per il meglio.

Ora io molte volte mi sono chiesta perché nella vita ci sono persone che da quando sono piccole osno più altruiste di altre. Meno egoiste. Meno concentrate su se stesse, meno invidiose.
E anche perché ci osno quelle che pur non essendo buone buone (diciamo pure fesse) per natura riescono ad agire in un modo buono e sano la maggior parte delle volte, e perché poi ci sono quelle insanabilmente cattive.
Come ad esempio quel bambino biondo che abitava vicino a me, dagli 1 ai 25 anni circa. Che mi odiava. Lo scopo della sua vita era farmi del male, mettermi in ridicolo, farmi cadere, ridere di me e cose del genere. Mia madre diceva che lui era così perché la mamma era così. Boh.

E allora...
Scusate, dottò, permettete la domanda: perché?

venerdì 9 aprile 2010

sole fuori

aria viziata dentro

è quasi ora di lasciare il carcere quotidiano

dove andrò, cosa farò? Ai posteri l'ardua sentenza...

sonno