la mia vita è la mia vita
è quel tempo durante il quale io nasco, cresco, mi sviluppo, metto le tette, cambio la voce, cambio il corpo, studio, mi innamoro,mi laureo, inizio a lavorare, lascio il fidanzato, resto sola, espatrio, incontro nuovi amici, torno, espatrio di nuovo, sono ancora sola, incontro altra gente, vedo gli amici di prima, faccio sesso con uno sconosciuto, perdo la mia migliore amica, pago le conseguenza delle mie scelte, vivo sola, amo mia madre e mia sorella e me ne prendo cura, ricordo.
mercoledì 29 aprile 2009
Ho ancora la forza?
Ho ancora la forza di starvi a raccontarele mie storie di sempre, di come posso amare,di tutti quegli sbagli che per unmotivo o l'altro so rifare... E ho ancora la forza di chiedere anche scusao di incazzarmi ancora con la coscienza offesa,di dirvi che comunque la mia parteve la posso garantire... Abito sempre qui da me,in questa stessa strada che non sai mai se c'ènel mondo sono andato,dal mondo son tornato sempre vivo... Ho ancora la forza di non tirarmi indietro,di scegliermi la vita masticando ogni metro,di far la conta degli amici andati e dire:"Ci vediam più tardi ..." E ho ancora la forza di scegliere paroleper gioco, per il gusto di potermi sfogareperché, che piaccia o no, è capitatoche sia quello che so fare...
[Ligabue/Guccini]
mercoledì 22 aprile 2009
mercoledì 1 aprile 2009
tutto mi sembrava andasse bene, e tutto mi sembrava andasse bene, tra me e le mie parole, tra me e le mie parole e la mia anima
tra i pensieri che facciamo alcuni sono dovuti a uno stimolo particolare. Voglio dire, la speculazione criticolinguisticoletteraria di solito la facciamo quando siamo a contatto con l'oggetto della speculazione stessa. Ovvero, se leggiamo, le parole sulla carta colpiscono alcuni tasti nel nostro cervello, che innescano ricordi, conoscenze, desideri e ci fanno elaborare pensieri, piú o meno complessi o per lo meno colpiscono i nostri neuroni.
Io credo che se mia madre 6 mesi fa, quando le dissi "mamma dammi tre libri in italiano ben scritti, ché ho bisogno di tenere viva la mia lingua materna" non mi avesse dato insieme a Guccini e Carofiglio il libro che sto leggendo ora il mio cervello avrebbe ricevuto migliaia di stimoli in meno.
Non tutti i libri stimolano allo stesso modo.
Ad esempio io ho sempre considerato Guccini, cantante e scrittore, un grosso stimolo per me. La sua capacitá di mescolare lingua antica, lingua letteraria, echi poetici e veemenza sono stati per anni il motore del mio pensiero criticolinguistico.
Da quando ho cominciato a leggere questo libro del millenovecentosessantaqualcosa con la copertina azzurro shock, i numeri di pagina in caratteri similgotici e con le virgolette chiuse al posto di quelle aperte, mi sono accorta che senza questo libro il mio cervello sarebbe morto schiacciato dal rumore e della gente nel metro già giorni fa.
In quindici giorni ho letto 60 pagine. Il ché è veramente poco per un libro che alla terza pagina è saltato in testa a tutti i miei libri favoriti, ha surclassato non solo Guccini, ma tutti i guareschi i pirandello i pratolini i bulgakov e persino i checov e i tolstoj che ho amato nella mia vita.
Ora, io sono in un internet point, uno di quei posti tristi che qui chiamano Locutorios dove gente che ha le famiglie lontano va a telefonare, e dove usano il pc ceffi dalla pelle scura e dal capello spesso. Pertanto non ho con me il prezioso libro che oltre a spalancarmi un mondo sul dialetto veneto (Vicenza è in Veneto, ¿verdad?) ha rimesso in moto gli ingranaggi del mio pensiero filologico- storico-linguistico.
Parlare di questo libro senza citare le frasi è invero come parlare alla maniera dei discorsoni pomposi e vacui del nostro presidente del consiglio.
La storia di un bambino raccontata dal bambino diventato grande che nella sua immensa cultura rivive da adulto colto le emozioni delle parole scoperte da bambino, in un parallelismo continuo e naturale, non forzato, tra dialetto e italiano.
Il dialetto, quello del libro, è - come avevo giá avuto modo di sperimentare ascoltando i commenti di un amico noneso (della Val di Non) che a sua volta ascoltava incredulo le conversazioni in catalano tra amicaPR e amichetta di Spagna - incredibilmente simile alla lingua del posto in cui vivo ora. Un lingua che non conosce doppie quasi, che conserva una purezza di italiano antico che palatalizza suoni gutturali e gutturalizza suoni palatali.
Quel bambino, con il suo approccio puro aperto e intelligente alla vita, ogni mattina mi presenta un pezzo dell'Italia di ottant'anni fa, l'Italia in cui è stata bambina mia nonna, un'italia senza tv, un'italia con la violenza non ancora esplosa, ma in nuce già, di distorsioni del pensiero e della verità.
Io credo che se mia madre 6 mesi fa, quando le dissi "mamma dammi tre libri in italiano ben scritti, ché ho bisogno di tenere viva la mia lingua materna" non mi avesse dato insieme a Guccini e Carofiglio il libro che sto leggendo ora il mio cervello avrebbe ricevuto migliaia di stimoli in meno.
Non tutti i libri stimolano allo stesso modo.
Ad esempio io ho sempre considerato Guccini, cantante e scrittore, un grosso stimolo per me. La sua capacitá di mescolare lingua antica, lingua letteraria, echi poetici e veemenza sono stati per anni il motore del mio pensiero criticolinguistico.
Da quando ho cominciato a leggere questo libro del millenovecentosessantaqualcosa con la copertina azzurro shock, i numeri di pagina in caratteri similgotici e con le virgolette chiuse al posto di quelle aperte, mi sono accorta che senza questo libro il mio cervello sarebbe morto schiacciato dal rumore e della gente nel metro già giorni fa.
In quindici giorni ho letto 60 pagine. Il ché è veramente poco per un libro che alla terza pagina è saltato in testa a tutti i miei libri favoriti, ha surclassato non solo Guccini, ma tutti i guareschi i pirandello i pratolini i bulgakov e persino i checov e i tolstoj che ho amato nella mia vita.
Ora, io sono in un internet point, uno di quei posti tristi che qui chiamano Locutorios dove gente che ha le famiglie lontano va a telefonare, e dove usano il pc ceffi dalla pelle scura e dal capello spesso. Pertanto non ho con me il prezioso libro che oltre a spalancarmi un mondo sul dialetto veneto (Vicenza è in Veneto, ¿verdad?) ha rimesso in moto gli ingranaggi del mio pensiero filologico- storico-linguistico.
Parlare di questo libro senza citare le frasi è invero come parlare alla maniera dei discorsoni pomposi e vacui del nostro presidente del consiglio.
La storia di un bambino raccontata dal bambino diventato grande che nella sua immensa cultura rivive da adulto colto le emozioni delle parole scoperte da bambino, in un parallelismo continuo e naturale, non forzato, tra dialetto e italiano.
Il dialetto, quello del libro, è - come avevo giá avuto modo di sperimentare ascoltando i commenti di un amico noneso (della Val di Non) che a sua volta ascoltava incredulo le conversazioni in catalano tra amicaPR e amichetta di Spagna - incredibilmente simile alla lingua del posto in cui vivo ora. Un lingua che non conosce doppie quasi, che conserva una purezza di italiano antico che palatalizza suoni gutturali e gutturalizza suoni palatali.
Quel bambino, con il suo approccio puro aperto e intelligente alla vita, ogni mattina mi presenta un pezzo dell'Italia di ottant'anni fa, l'Italia in cui è stata bambina mia nonna, un'italia senza tv, un'italia con la violenza non ancora esplosa, ma in nuce già, di distorsioni del pensiero e della verità.
sabato 7 marzo 2009
un altro venerdì o para mojar el pan
Stamattina come tutti i giorni ho preso l'ascensore per scendere di casa.
Io oggi, come quasi tutti i venerdì, ero una walking toilet ovverossia un cesso ambulante. Capelli legati (che di solito me li lego per mettermi il fondotinta e me li sciolgo in ascensore, però oggi mi sono dimenticata), niente trucco a parte il fondotinta, vestita male e faccia di sonno perché ho dormito male…
Insomma, le sliding doors dell'ascensore si aprono e io con gli occhi semichiusi guardo davanti a me per uscire ma il cammino è ostruito. Si erge altissimo un uomo.
In realtà non era altissimo, solo che stava sul grandino e sembrava altissimo, cosìcché non l'ho messo a fuoco subito. Ho solo pensato: azz chi è sto figo? e per mettere a fuoco ho fatto il tipico gesto che fanno gli uomini con le donne in minigonna. Ho guardato la punta dei iedi sul gradino fino alla testa. Finalmente arrivata alla testa mi sono accorta che quell'agglomerato di vestiti blu era effettivamente V., il mio affascinante vicino. Che mi guardava con un sorriso ebete mentre io lo squadravo. Ma non è tutto, perché dopo lo sguardo da camionista arrapato, trovandomi in un orario del giorno in cui ancora non sono padrona di me stessa, non mi sono limitata a sorridere o a pronunciare una forma di saluto, bensì dalla bocca mi è uscito unmolto spontaneo e colloquiale (italiano):
"uà"
"uà"
lui ha sorriso di più mentre mi diceva: que cara de sueño tienes.
all'anm ra figur' e mmerd
domenica 1 marzo 2009
Passato, presente e letteratura. Per un futuro che potrebbe non arrivare
- quando ero bambina sì sognavo di essere come paperon de paperoni
- ora no?
- no, ora ho altri sogni
- come?
- scrivere
- cosa scrivi?
- pensieri. Cretinaggini, meglio sciare (indicando i suoi sci).
-sì, a me piace sciare.
L'avvocato Guerrieri incontra un amico dell'università. Quello che era il suo migliore amico. E gli chiede della moglie. E' morta. Nell'arco di tre mesi. L'amico racconta:
"*Sai, Guido, allora pensi a un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l'amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto ma avresti dovuto.*"
Alla fine della conversazione con l'amico, l'avvocato Guerrieri chiama Margherita e le dice - più o meno - che la ama.
Ora io ero nel mio letto arancione, dopo una giornata persa a far nulla, con nel cervello la tortura del dover preparare le scatole. Senza prepararle. Fino all'ora in cui ho chiamato la smilza per sapere come stava. Ma lei non ha preso la chiamata ed è comprasa su skype. Abbiamo cominciato una delle nostre conversazioni surreali, in cui a un punto io le raccontavo di una delusione amorosa, aggiungendo poi che mi era già passata. Lei ribatteva che lei ci impiega almeno due anni a dimenticarsi di qualcuno. E io le ho detto: io dopo 3 anni e mezzo ancora penso a P. Lei ha detto: siete stati insieme tanto tempo. E io: non lo so se è questo. E' che penso di aver sbagliato.
E ho pensato, nel letto, che non sopportavo cose che fanno parte della vita, che sono inezie e che anzi in passato erano state il bello del rapporto. E per quelle cose ho distrutto il buono, l'ho triturato, l'ho segato. Fino a che non fosse più stato possibile ricostruirlo.
L'avvocato Guerrierie il suo amico Emilio hanno fatto venir fuori lacrime e pensieri.
Un rigurgito. Innescato probabilmente anche dalla delusione/presa di coscienza di oggi.
E la moto si allontanava rapida, dopo che lui aveva chiesto un bacio a lei. Una lei vestita di verde. E le aveva detto "Adeu".
* da A occhi chiusi, si G. Carofiglio
- ora no?
- no, ora ho altri sogni
- come?
- scrivere
- cosa scrivi?
- pensieri. Cretinaggini, meglio sciare (indicando i suoi sci).
-sì, a me piace sciare.
L'avvocato Guerrieri incontra un amico dell'università. Quello che era il suo migliore amico. E gli chiede della moglie. E' morta. Nell'arco di tre mesi. L'amico racconta:
"*Sai, Guido, allora pensi a un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l'amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto ma avresti dovuto.*"
Alla fine della conversazione con l'amico, l'avvocato Guerrieri chiama Margherita e le dice - più o meno - che la ama.
Ora io ero nel mio letto arancione, dopo una giornata persa a far nulla, con nel cervello la tortura del dover preparare le scatole. Senza prepararle. Fino all'ora in cui ho chiamato la smilza per sapere come stava. Ma lei non ha preso la chiamata ed è comprasa su skype. Abbiamo cominciato una delle nostre conversazioni surreali, in cui a un punto io le raccontavo di una delusione amorosa, aggiungendo poi che mi era già passata. Lei ribatteva che lei ci impiega almeno due anni a dimenticarsi di qualcuno. E io le ho detto: io dopo 3 anni e mezzo ancora penso a P. Lei ha detto: siete stati insieme tanto tempo. E io: non lo so se è questo. E' che penso di aver sbagliato.
E ho pensato, nel letto, che non sopportavo cose che fanno parte della vita, che sono inezie e che anzi in passato erano state il bello del rapporto. E per quelle cose ho distrutto il buono, l'ho triturato, l'ho segato. Fino a che non fosse più stato possibile ricostruirlo.
L'avvocato Guerrierie il suo amico Emilio hanno fatto venir fuori lacrime e pensieri.
Un rigurgito. Innescato probabilmente anche dalla delusione/presa di coscienza di oggi.
E la moto si allontanava rapida, dopo che lui aveva chiesto un bacio a lei. Una lei vestita di verde. E le aveva detto "Adeu".
* da A occhi chiusi, si G. Carofiglio
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venerdì 27 febbraio 2009
na nananananana na nanana*
Stanotte mentre almanaccavo cercando soluzione al pangramma di cui parlava Bartezzaghi sulla Repubblica di ieri, mi sono chiesta se sarei mai diventata quella che sono se da bambina non mi avessero fatto vedere/leggere "gratta un Pepito ed esce un Peppone".
Quando sei piccolo che delle parole possano nasconderne altre è un assunto affascinante. Che parole incomprensibili ai tuoi orecchi possano nascondere un senso per un altro viene subito dopo.
Senza Don Camillo e Peppone, avrei studiato latino, greco, inglese, russo, basco, linguistica storica, fatto il lavoro che faccio, vissuto in Iralnda e Spagna, mi sarei mai innamorata di De Gregori e Guccini e dell'uomo che ho amato così a lungo?
Piccoli dubbi notturni.
*il titolo è un link, nel caso vogliate sapere che canzone è...
Quando sei piccolo che delle parole possano nasconderne altre è un assunto affascinante. Che parole incomprensibili ai tuoi orecchi possano nascondere un senso per un altro viene subito dopo.
Senza Don Camillo e Peppone, avrei studiato latino, greco, inglese, russo, basco, linguistica storica, fatto il lavoro che faccio, vissuto in Iralnda e Spagna, mi sarei mai innamorata di De Gregori e Guccini e dell'uomo che ho amato così a lungo?
Piccoli dubbi notturni.
*il titolo è un link, nel caso vogliate sapere che canzone è...
martedì 24 febbraio 2009
ditemi perché se Tutto Fa Media fa TFM perché La Strada In Salita non fa LSIS
Mentre TFM imperversa tra cantantucoli e quelli che una volta si chiamavano sceneggiati, Quad si è inventato un meme o qualcosa di simile, un meme un po' così, un meme libero di quello che chi lo vuole fare lo fa, che chi vuole scrivere il titolo di una canzone scrive il titolo di una canzone e chi vuole crivere il titolo di un album scrive il titolo di un album. Io invece parafraso un verso, cosa che in realtà non è scritta nel post di Quad, ma Quad hai voluto la bicicletta e pedala!!! In salita ovviamente! O si potrebbe dire Attaccati al tram. Insomma quello che ti pare, questo è quello che passa il convento.
E ora, dopo il dovuto ossequio al mondo etereo veniamo al mio post.
Il post? quale post?
:-)
E ora, dopo il dovuto ossequio al mondo etereo veniamo al mio post.
Il post? quale post?
:-)
domenica 22 febbraio 2009
Di avvocati, vicini, spiagge, libri e altre sciocchezze
Giaceva lì da mesi, nel mio mobile bianco, dove si affastellano fogli di tutti i tipi e libri comprati e aperti mezza volta. Giaceva lì, nella sua copertina blu della Sellerio.
Ieri mattina c'era il sole. Io ero resacosa e mestruatosa. Quando mi sono svegliata il mal di testa impazzava. L'ibuprofene era finito e il sole splendeva. Anche se dalla mia stanza non si vedeva. Aprendo, però, la finestra del soggiorno si poteva intuire un sole caldo dallo spigolo di raggio solare che penetrava dall'alto le mura degli antichi palazzi del vicolo.
Il richiamo della primavera mi ha portato in piscina, a nuotare all'aperto. Uomini e donne in età da pensionamento pigramente sedevano lungo i muri della piscina aperta, su sedie di plastica e lettini foderati di blu, con libri, lettori CD, chiacchiere ed un'abbronzatura che definirei invidiabile ad agosto, figuriamoci a febbraio.
L'aria era calda e l'acqua tiepida ha accolto il mio corpo liberandolo dalle tossine, dallo stress da consegna, dalle preoccupazioni da cambio di casa, dai sogni amorosi nati in una notte di dolore e paura, dal ricordo dell'uomo disteso a terra e della donna nella sedia a rotelle con la paura dipinta sulle sue rughe scure di andalusa. Le bracciate, fendendo l'acqua, mi hanno restituito il mio corpo e la mia energia. E hanno solleticato il mio appetito già quasi primaverile.
Una pasta col tonno, modesta nella qualità ma enorme nella quantità, accompagnata da birra scura senza seven up e seguita dalla versione povera del Mars e da un buon caffé alla maniera di casa, ha fatto da preludio a un'ora nel divano accompagnata un libro. Cosa che, ohimé, mi capita di rado. Mentre l'aria tiepida primaverile spirava da uno spiraglio tra le ante della finestra semichiuse, semidistesa sul divano leggevo le gesta quotidiane di un avvocato meridionale, colto abbastanza per conciliare tradizione a autonomia di pensiero, desiderio di sicurezza e bisogno di libertà. Il tutto condito da una dose di intelligenza, ironia e rispetto per il prossimo. Così il libro che mia madre mi aveva prestato sei mesi fa è uscito dalla semioscurità del mio mobile bianco ed è andato a deliziarsi dell'aria barcellonese al profumo di pasta col tonno di cui, a onor del vero, ha ricevuto anche un piccolo assaggio, tiengendosi leggermente di rosso unto a pagina 33.
La storia dell'avvocato e della sua autonoma e intelligente fidanzata a sua volta ha fatto da preludio a una siesta profonda, di quelle che non mi capitano mai perché no, io non sono brava a dormire il pomeriggio, specialmente alle 4 del pomeriggio fino alle 6.
"Batti il ferro finché è caldo" mi aveva detto A., amica di Irlanda, giovedì mattina quando le avevo raccontato del triste episodio della sera prima e dell'abbraccio inaspettato e tenero datomi da un quarentenne in calzoni di piagiama a quadretti e maglietta bianca di Luz de Gas (nota discoteca figa di Barna, NdS) accorso in soccorso mentre io, con voce tremante, cercavo di spiegare ad un operatore del pronto soccorso o servizio analogo cosa stava succedendo.
Il ferro io non so batterlo, però suonare a un campanello quello sì so farlo.
Il libro nella copertina blu di Sellerio oggi si è fatto un giro sulla spiaggia di Barcellona. Il sole era già basso e il blu dell'orizzonte sfumava nel rosso del sole invisibile. La gente è uscita dal letargo agli scoppi del nuovo sole, il lungomare si è presto riempito di bici, di amici e di parole. Seduta sulla spiaggia a piedi scalzi, l'umidità mi penetrava le osse, ma io incurante ridevo ai commenti pseudomaschilisti dell'avvocato che guarda il culo di una suora e che finge competenze di astrologia druidica.
Come per incanto mi libero. Mi sento come tanto tempo fa, quando avevo il mondo ancora intero, quando a vent'anni è tutto chi lo sa.
E sì, potrebbe succedere. Potrebbe.
A volte dico sciocchezze e sorrido troppo. Però non importa. A ver.
Ieri mattina c'era il sole. Io ero resacosa e mestruatosa. Quando mi sono svegliata il mal di testa impazzava. L'ibuprofene era finito e il sole splendeva. Anche se dalla mia stanza non si vedeva. Aprendo, però, la finestra del soggiorno si poteva intuire un sole caldo dallo spigolo di raggio solare che penetrava dall'alto le mura degli antichi palazzi del vicolo.
Il richiamo della primavera mi ha portato in piscina, a nuotare all'aperto. Uomini e donne in età da pensionamento pigramente sedevano lungo i muri della piscina aperta, su sedie di plastica e lettini foderati di blu, con libri, lettori CD, chiacchiere ed un'abbronzatura che definirei invidiabile ad agosto, figuriamoci a febbraio.
L'aria era calda e l'acqua tiepida ha accolto il mio corpo liberandolo dalle tossine, dallo stress da consegna, dalle preoccupazioni da cambio di casa, dai sogni amorosi nati in una notte di dolore e paura, dal ricordo dell'uomo disteso a terra e della donna nella sedia a rotelle con la paura dipinta sulle sue rughe scure di andalusa. Le bracciate, fendendo l'acqua, mi hanno restituito il mio corpo e la mia energia. E hanno solleticato il mio appetito già quasi primaverile.
Una pasta col tonno, modesta nella qualità ma enorme nella quantità, accompagnata da birra scura senza seven up e seguita dalla versione povera del Mars e da un buon caffé alla maniera di casa, ha fatto da preludio a un'ora nel divano accompagnata un libro. Cosa che, ohimé, mi capita di rado. Mentre l'aria tiepida primaverile spirava da uno spiraglio tra le ante della finestra semichiuse, semidistesa sul divano leggevo le gesta quotidiane di un avvocato meridionale, colto abbastanza per conciliare tradizione a autonomia di pensiero, desiderio di sicurezza e bisogno di libertà. Il tutto condito da una dose di intelligenza, ironia e rispetto per il prossimo. Così il libro che mia madre mi aveva prestato sei mesi fa è uscito dalla semioscurità del mio mobile bianco ed è andato a deliziarsi dell'aria barcellonese al profumo di pasta col tonno di cui, a onor del vero, ha ricevuto anche un piccolo assaggio, tiengendosi leggermente di rosso unto a pagina 33.
La storia dell'avvocato e della sua autonoma e intelligente fidanzata a sua volta ha fatto da preludio a una siesta profonda, di quelle che non mi capitano mai perché no, io non sono brava a dormire il pomeriggio, specialmente alle 4 del pomeriggio fino alle 6.
"Batti il ferro finché è caldo" mi aveva detto A., amica di Irlanda, giovedì mattina quando le avevo raccontato del triste episodio della sera prima e dell'abbraccio inaspettato e tenero datomi da un quarentenne in calzoni di piagiama a quadretti e maglietta bianca di Luz de Gas (nota discoteca figa di Barna, NdS) accorso in soccorso mentre io, con voce tremante, cercavo di spiegare ad un operatore del pronto soccorso o servizio analogo cosa stava succedendo.
Il ferro io non so batterlo, però suonare a un campanello quello sì so farlo.
Il libro nella copertina blu di Sellerio oggi si è fatto un giro sulla spiaggia di Barcellona. Il sole era già basso e il blu dell'orizzonte sfumava nel rosso del sole invisibile. La gente è uscita dal letargo agli scoppi del nuovo sole, il lungomare si è presto riempito di bici, di amici e di parole. Seduta sulla spiaggia a piedi scalzi, l'umidità mi penetrava le osse, ma io incurante ridevo ai commenti pseudomaschilisti dell'avvocato che guarda il culo di una suora e che finge competenze di astrologia druidica.
Come per incanto mi libero. Mi sento come tanto tempo fa, quando avevo il mondo ancora intero, quando a vent'anni è tutto chi lo sa.
E sì, potrebbe succedere. Potrebbe.
A volte dico sciocchezze e sorrido troppo. Però non importa. A ver.
fluttuazioni
un giorno sembra importante e dopo tre giorni sembra una tonterìa.
quello che ti chiedi è perché ti ha abbracciato. Così. Vedendoti appoggiata al muro. Ven aqui. E ti ha abbracciato. Senza lasciarti andare quando tu cercavi quasi di divincolarti, perché in fondo ti sembrava una situazione strana.
e gli sguardi.
Poi bussare alla sua porta. E chiacchierare. Però non è stato lo stesso che la sera dell'incidente.
E boh...
quello che ti chiedi è perché ti ha abbracciato. Così. Vedendoti appoggiata al muro. Ven aqui. E ti ha abbracciato. Senza lasciarti andare quando tu cercavi quasi di divincolarti, perché in fondo ti sembrava una situazione strana.
e gli sguardi.
Poi bussare alla sua porta. E chiacchierare. Però non è stato lo stesso che la sera dell'incidente.
E boh...
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