Pagine

martedì 7 aprile 2026

Come me, senza teee

 7 Aprile 2026


Quest'anno ho compiuto 20 anni dal mio trasferimento all'estero, a Galway per essere esatti.

Avevo 30 anni, va da sé che ora ne ho 50.

Sono bella ("non piú bella tra Poco, colei che vide Al gioco la piccola Graziella), dentro e fuori. In un modo diverso. Ma forse mi piaccio di piú rispetto a quando avevo 30 anni. Conosco il mio valore un po' di piú, non al 100% ma quasi. 

Venerdì ho scansato o quasi un attacco di una narcisista. Mi ha fatto pensare. Mi fatto vedere quelle cose in cui Ancora Devo migliorare. Lemsituazioni in cui Ancora non metto paletti netti sul momento.

Essere stanchissima e dormire male da due o 3 settimane non aiuta.

Leggendo i vecchi post "la differenza salta agli occhi": il mio Italiano scritto non è piú l'italiano ricercato di in tempo.

Quel lessico è nascosto in un angolo della mia mente, quell'angolo in cui -come Jovanotti- to contonuo a cercare. E prendi il tu come un tu generico, perché "tu" qui sei una persona generica, preferibilmente do sesso maschole e attraente.

Allora come ora cerco l'amore, quello Vero, quello intenso, quello che resta, che non so perde nei piatti sporchi, nel graffio Sulla portiera Dell'auto, o nelle notti insonni. Quell'amore che si nutre do affinità intellettuali e desiderio di vita comuni, di in progetto. Un progetto tra te e me.


E io per la prima volta dopo tanti anni ho progetto a lungo termine ora ce l'ho. Tuttoo mio. Funzionerà? Non funzionerà? E chi lo sa, ma ciò che conta è che è lì, fissato nella roccia o per meglio dire nel vile denaro.


Penso ai Gemelli della mia vita...

Come mi succede da un anno a questa parte nelle serate di malinconia. Ma non vale la pena parlare di te, perché tu sei stato solo in asteroide, che doveva pass are da qui per farmi vedere su cosa dovevo lavorare. 


Oggi una collega mi ha scritto su Teams per saoerese I

Io ho lavoro, perché lei non ne ha e ha paura di essere soppiantata dalla AI.


I tempi sono cambiati. Come me, come te.


Insomma un post che non dice niente, ma che dovevo scrivere. 




giovedì 24 gennaio 2019

La vuelta al blog

È successo che una mia collega che fa/vende quilt ha aperto un profilo di Instagram e mi ha chiesto aiuto. Mentre eravamo lì nella cucina dell'ufficio mi ha chiesto se ho un blog. E io ' che sul blog ho sempre mentito - ho detto: "I used to, but I don't have time anymore".
E così ho pensato di andare a dare una sbirciatina al mio vecchio blog, per vedere se esisteva ancora. Quella notte ho letto quasi tutti i miei post, scoprendo pagina dopo pagina fatti, sensazioni e persone che avevo dimenticato. Nei giorni successivi invece mi sono dedicata al blog di Hanz, ho fatto visita alla Neru e alla Virginiamanda e insomma, eccomi qua (sono venuta per niente, perché per niente si va...)

La vuelta al blog y quien sabe adonde màs...

Os heché de menos, gente 😍

domenica 21 luglio 2013

Estate!

Insomma, anche in Irlanda fa caldo! Da giorni.
All'inizio tutti eravamo eccitati all'idea di alzarci la mattina con il sole e 25 gradi. Ora la gente comincia a lamentarsi perché suda tanto o non dorme bene la notte. Spiagge e parchi sono pieni di gente di constume, ormai abbronzata. I prati si stanno seccando. Il beigiolino dell'arba secca si è sostituito al verde brillante per cui l'Irlanda è nota. Nel fiumiciattolo sotto casa mia, i bambini vengono a farsi il bagno, ma l'acqua gli arriva alle caviglie, è evaporata tutta. ;)
Per me non fa eccessivamente caldo, fa caldo abbastanza da indossare vestiti veramente estivi ma non abbastanza da sudare continuamente.
Oggi al Phoenix Park il vento soffiava gentile ma deciso, mentre il sole ci scaldava generosamente.

martedì 9 ottobre 2012

Pensieri di fine estate

Qualcuno direbbe che è già autunno ma qui nel profondo sud si va ancora in giro a mezze maniche.

Il sud, quello da cui vengo.
Di questo sud mi porto dietro i tratti somatici, il modo in cui pronuncio la "ci" quasi come una "sc" leggerissima. "Stasera andiamo a scinema?", l'amore per la mozzarella e l'insalata di pomodori, preferibilmente mangiati di sera sul balconcino con la brezza leggera che mi rinfresca la schiena. Del sud ho quel modo di fare che dà sui nervi alla gente del nord: parlo ad alta voce, se tengo a una causa tendo a fare comizi, un po' ovunque, un senso di ribellione trapela dal mio modo di fare ma di rado questa sorta di intolleranza sfocia in azioni di tipo pratico, sono diretta con la gente, anche troppo.
 La pioggia mi deprime, il sole mi dà energia. La vita senza caffé? Non e' una possibilita'. 

Con il mio sud ho un rapporto di amore ed odio.

Amo il sole e il mare, amo il vociare della gente, la disponibilità degli sconosciuti a darti un'indicazione, amo il modo di cucinare le verdure che esiste solo qui, le rocce a picco sul mare ricoperte di alberi e cespugli, le spiagge all'ombra alle 4 del pomeriggio ad agosto perché il sole si nasconde dietro le alte montagne. Amo le innumerevoli torri e torrette sgarrupate che ricordano un passato di guerre, di difesa e di conquista, un tempo in cui le città erano terre verdi senza palazzoni e automobili, i forti che si ergono orgoliosi su spunzoni di roccia da cui guardie medievali si godevano un panorama ineguagliabile. Amo le pelli abbronzate della gente e i gelati alla frutta che colorano il lungomare nelle sere d'estate.

Del mio sud odio l'atteggiamento remissivo della gente davanti a quello che non funziona. Odio gli autobus che non camminano, le linee di metropolitane mai usate e abbandonate, le strade trafficatissime senza strisce pedonali, l'assenza di macchinette obliteratrici ai binari della stazione, il traffico inenarrabile in cittadine di poco piu' di centomila abitanti, l'autostrada che autostrada non è, gli uomini che fischiano alle belle ragazze per strada, i sindaci indagati perchè hanno favorito società di mogli, figli e famiglia allargata.

Dal mio sud un giorno me ne sono andata, senza accorgermi delle conseguenze. Ho preso prima un treno e poi sono tornata. Poi un altro treno e sono tornata. Un aereo. Ma pioveva troppo e sono tornata di nuovo, ma per poco, perché al sud non riuscivo piu' ad abituarmi e ho preso un aereo che mi ha portato in un altro sud che in qualche modo è diventata la mia casa. Il nord di un altro sud dove c'era sole, mare, verdure mediterranee, treni e autobus che funzionano, gente aperta, disponibile e lavoratrice, gente con una forte identità nazionale e con una grande memoria storica, gente che ha voglia di migliorare, che crede in un mondo migliore e che si impegna ogni giorno per realizzarlo.

Da questo nuovo sud che mi ha accolto con un sorriso, un barbaro invasore mi ha portato via per restituirmi alla terra piovosa dove ogni 10 chilometri di costa si ergono scogliere scure, mai toccate dal sole. In questo nord vivo godendo della quotidianità e delle gioie che la vita mi offre da piu' di un anno, sognando di tornare al mio sud adottivo mentre di tanto in tanto faccio visita al mio sud natio.

E' ancora estate nel profondo sud, ma nel nord dove giorno dopo giorno lotto per la sopravvivenza l'inverno avanza ventoso e funereo, gli alberi perdono velocemente le foglie, i fiumi si gonfiano e rischiano di straripare.

In questa fine estate meditarranea i miei pensieri vanno alle amiche di qui, quelle con cui parlo a telefono una volta ogni tanto quando mi faccio un giro da queste parti, quelle con cui parlo tutti i giorni dalla verde irlanda, quelle che pur essendo nate nel sud adottivo che amo tanto hanno scelto l'italico suolo per mettere su famiglia e dare vita a bambini con nomi esotici.
In questa fine estate calda e dolce, le persone intorno a me mi hanno riscaldato di calore vero, con i loro racconti di bambini nati, di bambini che devono nascere, di storie familiari che sembrano uscite da una telenovela, di nuovi amori, di case nuove, portandomi in segno d'affetto mozzarelle, salami, castagne, accompagnandosi a me davanti ad una buona pizza, godendo con me di gelati, viaggi in mare, spiagge accoglienti.

E mentre io godo del mio sud, il mio barbaro amico dal profondo nord puo' solo immaginare quanto sia bello il sud.

giovedì 5 gennaio 2012

2011 - Gente così

La gente fa bilanci o elenca i propositi per l'anno nuovo. C'è chi legge l'oroscopo.
C'è chi passa gli ultimi giorni di vacanza visitando miniere di sale e leggendo l'ultimo libro di Carofiglio, ricevuto a Natale. E pensa che vorrebbe scrivere, ma non sul blog. Pensa che un pezzo di vita è passato e ce n'è uno nuovo. Che l'idea di scrivere quello che le passa per la mente non le da più soddisfazione. Vorrebbe scrivere di storie e persone, non esistenti. Storie con un inizio e una fine.
E intanto pensa a cosa cucinare quando sarà tornata a casa.

venerdì 30 dicembre 2011

Cose da ricordare

Ci sono realtà che superano i sogni, per la semplicità con cui avvengono.
Ci sono realtà che non hai osato sognare. E poi avvengono.
Ci sono vacanze di Natale che iniziano con una sopresa inaspettata.
Ci sono passeggiate in giro per la tua città con accanto un uomo "che parla straniero". Un "mericano" direbbe la signora del ristorante davante al quale sei passata per caso.
Ci sono passeggiate per mostrare a quell'uomo il castello sulla cima del colle Bonadies e passeggiate con collane al peperoncino, paté d'olive e gelati troppo dolci.
Ci sono cugini  che ti fanno da Cicerone nei vicoli di un paese sulla costa e zii che ti fanno regali ie ti guardano con affetto in un nuovo momento della tua vita, probabilmente ricordando com'eri 30 anni prima.
Ci sono sorelle senza le quali la tua vita sarebbe peggiore e mamme che ti aspettano a braccia aperte.
Ci sono delle "Teresa B." che ti avvelenano la vita all'ufficio postale e "mericani" che ti criticano aspramente quando guidi.
Ci sono amici sparsi un po' qua e un po' là e tante belle cose che ancora devono avvenire.

giovedì 1 dicembre 2011

Nata solo il segno dei pesciiiiiiiiiii

Adelina Montalbano (1922-2003).
Quando si parla di qualcuno che è morto, se ne può parlare in due modi. Uno è quello formale, usato nei libri di letteratura, in cui si menzionano i dati anagrafici, quelli relativi alla carriera e gli eventi importanti che hanno dato alla persona la sua impronta peculiare. Il secondo modo di parlare di qualcuno che è morto è quello soggettivo, dove chi parla osserva o definisce la persona morta a partire da sé, dal suo punto di vista soggettivo. Chi parla della persona morta la ritrae nelle situazione in cui tale persona si relazionava all'io narrante e la narrazione risente necessariamente del punto di vista dell'autore, delle sue emozioni, del suo rapporto con la persona descritta.Un riassunto formale della vita di Adelina Montalbano potrebbe essere il seguente:
Nata ad Avellino da genitori salernitani, Adelina Montalbano (pseudonimo, ndr) trascorre l'infanzia a Bergamo e l'adolescenza e la prima giovinezza a Modena. Innamoratasi un collega di ufficio di 15 anni più grande, all'età di ventitré anni si sposa contro il volere di suo padre e va a vivere con il marito a Belluno, dove durante la seconda guerra mondiale partorisce il suo primo figlio. È durante la guerra che la coppia torna al Sud da cui proviene, stabilendosi per un breve tempo ad Avellino, dove Adelina dà alla luce una bambina, e successivamente ad Amalfi, dove nasce il terzo e ultimo figlio di Adelina. A pochi anni dalla nascita dell'ultimo figlio la famiglia si trasferisce definitivamente a Salerno, dove Adelina morirà parecchi anni più tardi, dopo avere avere allevato tre figli ed essersi presa cura di svariati nipoti che l'hanno amata e la rimpiangono ancora, a otto anni dalla sua scomparsa.
Un ritratto personale di Adelina sarebbe il mio:

Era nata all'inizio del ventennio fascista e del fascismo portava l'impronta. Era intansigente e credeva nell'obbedienza alle regole. Aveva sofferto la guerra, prima al nord, dove aveva visto da vicino i tedeschi, che le stavano quasi per ammazzare il marito, e poi al sud, dove aveva visto da vicino gli inglesi e gli Americani.
Da quando sono nata, aveva i capelli grigi, diventati sempre più bianchi nel corso degli anni. Me la ricordo zoppicante nelle ciabatte ergonomiche blu (quelle delle vecchie, ma non aveva nemmeno 60 anni), e un vestito a pois blu. Mi ricordo molti dei suoi vestiti e dei suoi camici per casa. Uno di quelli che usava di più era di un colore a metà fra il celeste e il verde con piccoli disegni che entravano nel fucsia di una stoffa un po' lucida, che poteva essere acrilica. Era un vestito estivo. Per qualche motivo che non conosco nella mia prima infanzia me la ricordo solo con vestiti estivi. Forse era in estate che la vedevo di più. Aveva i capelli corti e ricci con il grigio che diventava più scuro nelle curve interne dei boccoli. Me la ricordo sempre indaffarata per casa, a spolverare o a passare la cera, a cucinare in una cucina di altri tempi, a chiamare "Rino, Rino" da una stanza all'altra, a dire "Véngo, véngo" e "Béne, béne" con il suo accento del Nord che a Salerno suonava davvero esotico. Me la ricordo a prendersi cura dei miei cugini, a preparare pranzi di Natale, domenica e festività varie per orde imbizzarrite di bambini abituati al benessere (cosa che non l'aveva mai toccata e davanti alla quale aveva un atteggiamento quasi di rifiuto, di incredulità).
Non era una persona semplice e nemmeno allegra ma amava la sua famiglia, nel modo in cui sapeva. Non sempre il modo migliore, ma il suo modo. Per le persone che amava era capace di sacrifici immensi. Si potrebbero dire cose negative sul suo carattere, ma se c'era un difetto che non aveva era l'egoismo. A volte non brillava per intelligenza e forse non era coraggiosissima, a volte aveva un'ansia latente per cose di poca importanza e la paura di non essere accettata e che le persone che lei amava non venissero accettate o rispettate. Era una persona buona, non si aspettava il male dagli altri e ogni volta che qualcuno gliene faceva restava sorpresa, ma se veniva da persone che amava le perdonava.
Mi manca, oggi e in molti giorni della mia vita. Il ricordo di quella persona che per me rappresentava la casa accogliente e la famiglia, il nido, chi non ti tradirebbe mai, quel ricordo a volte si allontana, ma il calore dell'amore che mi dava, il senso di speranza che rappresentava, mi aiuta nei momenti di tristezza. E oggi la voglio ricordare. A otto anni dalla sua morte.

domenica 20 novembre 2011

una cosa che volevo dire da un po' di tempo

Un giorno, navigando in google così a tempo perso, mi sono imbattuta in questa domanda su yahoo answers.  Qualcuno ha copiato e incollato e uno dei miei post come risposta a una domanda. Si cita, riportando il link a questo blog, uno dei miei post più gettonati, quello che ha ricevuto più visite. Non ha ricevuto più visite degli altri post perché è più bello degli altri post, ma solo perché ci arrivano tutti i ragazzini che mettono in google "tema: mio nonno" cercando di scopiazzare.
Cionondimeno questo è uno dei post che ho scritto che mi piace di più perché davvero mi descrive, parla di me e dei miei ricordi più lontani, di una me che non c'è più, per quanto faccia strano dirlo o pensarlo.

Il mio vecchio profilo...

È che il profilo che avevo non mi descrive piú. Non mi sento rappresentata. Scogliera non è piú una bambina. Scogliera è una donna. Ha occhi grandi, sì, ed è sbadata sì, ma ha anche altro. Ha un casa e un lavoro. Ha un cuore per amare. Una famiglia lontana e amici sparsi in ogni dove. Anche se giorno dopo giorno la vita la cambia e la rende piú cinica, Scogliera cerca e trova sempre il nuovo, vede il buono negli altri e vive le ore i minuti i secondi i colori gli odori e l'amore che la vita le offre. Scogliera è quello che è oggi. Il passato è solo un ricordo. Un ricordo lontano.

lunedì 31 ottobre 2011

Dubliners

Se penso a me stessa, penso a una donna che vive a Barcellona, che va in ufficio in metro, che la mattina sulla strada da casa alla metro saluta il fruttivendolo che sa dire buongiorno e gracce mille (non è un refuso, diceva proprio così gracce mille), che ha pochi amici ma affezionati, a cui piace fare tante cose, che va in piscina al Can Dragó, al cinema Verdi, a mangiare nei giapponesi con Bufet libre, che legge il blog del concittadino Hanz, che adora patatas bravas, calamares a la andalusa, il ristorante Marvic, che ama le parole Bon dia, Moltes gracias, De res (y algunas més), che sorride sempre.

Sarebbe più corretto che io pensassi a me stessa come ad una donna che vive a Dublino, che lavora per lo più in casa, che non parla con nessuno del vicinato, che non ha amici nella città in cui vive, che non fa quasi niente, non va in piscina, non va al cinema, che guarda le serie in TV (la TV?!!?!?), che non va quasi mai a mangiare fuori, ma se può cerca posti dove facciano l'Irish Stew, che evita ristoranti italiani e spagnoli come la peste, che non ha amici vicini ma solo lontani, che legge il blog di Hanz (un italiano che per sua fortuna vive a Barcellona), che non ama specialmente nessuna parola locale, che cerca spagnoli e catalani con cui parlare la sua lingua preferita.

Se penso a me stessa penso a una donna di 36 anni in grado di cambiare la sua vita e di prendere le sfide che la vita le offre. Se penso a me stessa penso a una donna che ce la sta mettendo tutta per dimostrare a se stessa che l'opinione che qualcuno aveva di lei non era corretta. Se penso a me stessa, penso alla quantità di persone che mi vuole bene o che credo mi voglia bene. Se penso a me stessa...

domenica 10 luglio 2011

Barcellona la domenica pomeriggio

Una cosa che mi mancherà sono le domeniche pomeriggio sul mio divano blu, e la brezza che entra dalla piccola finestra quasi quadrata. La sensazione di estate che entrava la domenica anche a casa di mia madre, attraverso il balconcino di quella cucina che oggi è una specie di giungla di piante e piantine, di sedie di legno e soprammobili colorati, il regno indiscusso di mia madre in pensione.

Ho vissuto in posti vari, ho viaggiato non tanto ma abbastanza per dire che non c'è nulla che mi piaccia tanto come la brezza del mediterraneo. Che spiri a Barcellona, a Salerno, a Rimini o a Spalato, la brezza estiva del mediterraneo ha una cadenza e un odore diversi da quelli degli altri venti che hanno accarezzato la mia pelle. Non ha nulla di aggressivo, è quasi un massaggio benevolo ai tuoi muscoli e al tuo cervello che ti sussurra all'orecchio di rilassarti come se fosse una soffusa musica per esercizi yoga.

Fa quasi strano pensare che si usa per questa brezza da cittá di mare la parola vento, la stessa parola usata per quell'aria aggressiva e gelida che ardeva le nostre pelli nella Città proibita a Natale, la stessa parola usata per quel sussulto repentino che ti fa fare due 2 metri in un solo passo e ti annebbia il cervello con l'odore di una salsedine diversa, aggressiva, quasi centenaria a Galway.

Sei scatoloni di un supermercato regnano nel mio minuscolo soggiorno mentre mi abbandono alla pigrizia estiva e mi faccio cullare dal refolo nella speranza che tutte le incombenze pratiche che mi aspettano da qui a un mese si dileguino nel lieve ondeggiare del vento di mare. Mi adagio nell'onda pensando a quando, in una terra grigia e piovosa, la mia pelle anelerà alla calura estiva, la mia bocca avida cercherà pomodori, cetrioli, albicocche, melenzane e tutte quelle leccornie che la terra ci regala sul mediterraneo, e il mio corpo troverà consolazione nell'abbraccio caldo di un montanaro paffuto di pelle bianca come la neve.

venerdì 21 gennaio 2011

cosa si prova

Cosa si prova ad essere l'oggetto del desiderio di tutti i paquistani del quartiere? Cosa si prova quando finalmente ti sei fatta il fidanzato e quando passate davanti al negozio dei pakistani 3 uomini si riversano in strada a guardare e il fidanzato dice: "Those men are staring a you. They went out to look at you. Have you seen that"". Cosa si prova quando rispondi al fidanzato: "Yes I know, they do that every time I pass by"?
Cosa si prova quando il tuo capo ti dice 'sì, prenditi pure due giorni di ferie, il tuo progetto lo finisco io, e poi 10 minuti prima che il tuo ultimo giorno di lavoro prima delle ferie finisca ti dice che non potrá lavorare sul tuo progetto?
Cosa si prova quando si decide "sì, io voglio crederci e investire in quesa relazione, dare fiducia a questa persona speciale per me, spendere quesi 120 euro per andarlo a trovare per una giornata e mezza"?
Cosa si prova quando si firmano i documenti per il proprio divorzio?
Cosa si prova a dover fare lo sforzo di farsi capire da un tassista in Cina parlando un cinese stentato?

Cosa si prova a ricevere chopstick cinesi autentici spediti da Barcelona
?

Cosa si prova quando il tuo fidanzato, che fai fatica a chiamare fidanzato, ti dice: "thanks for supporting me so much with work these days"
?

Cosa si prova
di venerdì sera sul divano di casa a digitare parole su un blog
?

Cosa si prova quando tua madre non risponde al telefono di casa alle 10 di sera
? E poi a trovare il suo sms?

sabato 8 gennaio 2011

12 ore

Tutti parlavano dell'effetto dell'jet lag, ma io non l'avevo mai provato, fino a giovedì sera. dopo 20 ore di aereo e 24 ore da sveglia ero stremata. oggi dopo quasi due giorni di risposo ho la testa che mi scoppia e non riesco a stare fuori dal letto per più di un'ora.
Ma forse non è solo il jet lag, è il famoso dio maschilista, è la mia vita che si ribella a se stessa, a sentimenti, parole non dette, a giorni in famiglia, a regali, a desideri, a speranze, agli amici, a tutto, boicottando se stessa e di conseguenza tutto ciò che conta.

mercoledì 1 dicembre 2010

Au revoir

Ti volevo dire una cosa, a te che non parli la mia lingua, che non sai di questo blog, a te che praticamente non mi conosci affatto, nemmeno se per quasi due anni mi hai vissuto accanto tutte le mattine e tutti i pomeriggi dalle 10 alle 19, supperggiù.

Ti volevo dire che ieri sera non è che ti volevo fare rimanere male (o forse un po' sì) ma non era una cattiveria gratuita. È che il mio amato pelatone era lì a dirti che era un peccato che te ne andassi, che andandotene tu il livello dell'ufficio un po' si abbassava perché alla fine tu sei uno diverso dagli altri, con i tuoi interessi non comuni, e il tuo modo di fare intelligente.
Ora io l'ho sempre pensato che eri intelligente. Quando dopo sei mesi che lavoravi qui, ci siamo parlati le prime volte e ho scoperto che grazie alla sola osservazione avevi capito di me più cose di quelle che per esempio aveva capito la mia amica O (acronimo di Odiante), l'ho pensato che eri intelligente e che avevi una sensibilità non comune. E volevo conoscerti. Non ti ho mai trovato particolarmente attraente fisicamente, con il tuo fisico magrissimo e il tuo aspetto dinoccolato (che bella parola "dinoccolato"). Però mi accorgevo che tu sì che eri attratto fisicamente da me (non ne facevi mistero indeed), e la cosa mi faceva piacere, a me ragazza insicura.
E insomma c'è stato un momento in cui sembrava che saremmo diventati amici. Che lo stavamo divendo. Poi è successo quancosa che non so ma tu hai cominciato a non parlarmi più. A essere educato, ma a smettere di cercare occasioni di parlarmi. Poi dopo, per motivi vari ho pensato che la tua intelligenza e la tua sensibilità le mettevi al servizio di fini egoistici e poco nobili, che li usavi per manipolare situazioni e persone, e per ferirle, quando potevi.

Per tornare al punto, quando lui ti diceva "I'm really sorry you are leaving" per me è stato normale dirti "I'm not sorry you are leaving but I really wish you best of luck". Tu, con la tua cultura formale che ti porterai sempre dietro ovunque, sei un po' rimasto (male), poi hai recuperato dicendomi che devo stare attenta a quello che dico quando bevo troppo. Ma io non avevo bevuto troppo.
Io solo volevo dire questo: che c'è stato un momento in cui sono rimasta male perché te ne sei andato ma è stato molto tempo prima che te ne andassi. Forse, è vero, non ho fatto nulla per scoprire perché te ne eri andato, infondo la tua posizione era un po' scomoda per l'equilibrio della mia vita lavorativa e privata, con O. lì guardinga. Però tu te ne sei andato. Allora perché fare finta che mi dispiaccia che te ne vai, se in fin dei conti nella mia vita non sei mai entrato, essenzialmente perché né tu né io abbiamo fatto nulla affinché ciò succedesse. Sarebbe un'ipocrisia. Allora tu te ne vai, e io ti auguro di cuore di essere felice e di conservare intatto il tuo sogno del Giappone, così come un bambino già cresciuto che dopo aver conosciuto la vita adulta si tiene stretto il suo sogno infantile proteggendolo dalla vita.

E te l'ho detto con leggerezza, che non mi dispiaceva che te ne andassi, perché da tempo ormai una parte di me crede che finita questa parte della vita ti reincontrerò in una situazione di vita diversa. E che ti conoscerò, un po' di più. Magari no, ma io a volte sono preveggente.

E grazie degli auguri a "the two of you". Molto gradito.

Ti potrei scrivere, e dirtelo per e-mail, ché la tua mail l'hai lasciata a tutti. Ma... che senso avrebbe? Nessuno. E perciò, te lo dico qui.

Andarsene era scritto perciò ciao ciao

martedì 30 novembre 2010

Vita da single (sottotitolo: Mentre gli studenti manifestano da Milano a Reggio Calabria e ancora più in là)

Con i tuoi entusiasmi lenti precisati da ricordi stagionali
e una bella addormentata che si sveglia a tutto quel che le regali

con il tuo collezionismo di parole complicate
la tua ultima canzone per l'estate.

Percepisci a volte, per caso, il tempo che passa quando, mentre scrivi qualcosa relativa alla tua vita, le parole che vai scrivendo ti ricordano frasi già sentite, accompagnate da un motivo che quasi non ricordi più. Parole e suoni sono l'eco di parole e musica ascoltate anni prima. Così, proprio perché il ricordo è evanescente, torni indietro, ad un tempo che non c'è più, quel tempo in cui De Gregori era per te un profeta, uno storico, un filosofo portatore di una verità quasi impalpabile. Quel tempo in cui tu eri alla ricerca delle tue verità e le cercavi con qualcuno nelle parole e nelle opere di un uomo che si rappresentava - con una modestia un po' forzata e c'è da chiedersi quanto sincera - come un uomo qualunque.

Ti accorgi, rileggendo le parole, riascoltando la canzone che il testo ti dice oggi cose diverse da quelle che ti diceva ieri. Ieri era una canzone nostalgica, che ti parlava di malinconia dei tempi andati, non ben delineati. Oggi è una canzone che ti parla della routine di una persona di successo in una società che insegue il futuro, che corre giorno dopo giorno, ora dopo ora, dietro se stessa, dietro il detto e il fatto, il non detto e il non fatto (ovvero le occasioni perdute) vero tarlo dell'uomo moderno, che corre alla ricerca del benessere, dell'autoaffermazione, di se stessa, dimentica degli altri, del nocciolo racchiuso nella polpa, nella pelle, circondato da capelli (quando ce li hanno), che ti parlano accanto ogni giorno.

Con il letto in cui tua moglie non ti ha mai saputo amare
E gli occhiali che fra un po' dovrai cambiare
Com'è che non riesci più a volare
Con le tue finestre aperte sulla strada e gli occhi chiusi sulla gente
Con la tua tranquillità, lucidità, soddisfazione permanente
La tua coda di ricambio, le tue vergini in affitto
E le rondini di guardia sotto al tuo tetto
Con il tuo francescanesimo a puntate e la tua dolce consistenza
Le tue onde regolate in una stanza
Col permesso di trasmettere e il divieto di parlare
E ogni giorno un altro giorno da scontare
Com'è che non riesci più a volare

Oggi la tua vita è diversa
non solo perché quel compagno di filosofia e musica è lì perso dietro la sua vita, in una città sul mare diversa da quella in cui vivi tu, e si sveglia la mattina in un letto diverso da quello in cui ti svegli tu. Non solo perché non hai più la cyclette e quel compagno non ti conta più i 45 minuti

Oggi sei diversa tu
Quelle canzoni, quegli abbracci, quegli screzi, sono dolci ricordi di quello che eri tu e di quello che era quella persona cara al tuo cuore

Oggi sei una donna che è stata single un numero discreto di anni, con il cuore ferito, alla ricerca di un ideale che non esiste, che non ha trovato e che in definitiva non cerca più.
Oggi sei una donna che sa che non c'è niente da capire. Che la vita è quello che ti dà.

Oggi guardi indietro con una certa serenità, oggi quasi credi nella vita, pur conscia della tua fragilità.
Oggi godi dei tuoi momenti in coppia, in giro a camminare per un parco. Oggi godi del momento in cui vorresti buttarti sul divano dopo esserti sfilata gli stivali e averli lasciati lì davanti in mezzo al soggiorno e invece ti alzi e vai posarli nella scarpiera, perché intorno c'è un occhio vigile che controlla.
Oggi godi di una birra con i colleghi di lavoro, di una cioccolata con una buona amica, di una passeggiata solitaria per i negozi alla ricerca di una maglietta per l'amico invisibile. Apprezzi la solitaria lettura di un best seller che ti ha regalato una delle tue migliori amiche. Godi dell'istante in cui fai qualcosa di gratuito per un altro conoscendone il prezzo, perché a dire la verità di cose gratuite per gli altri ne facevi a bizzeffe anche prima, o forse prima ne facevi anche di più, ma oggi sei più consapevole del valore che hanno e sai che se qualcuno le fa per te è una grande ricchezza. Oggi godi di una pancia grassa e morbida e bianca e di un testone rotondo che ballonzolano accanto a te.

Oggi sei tu, e non ti importa definirti. Non ti importa sapere chi sei.
Oggi sei tu e…

Può accadere di tutto,
puoi anche conquistare vari uomini bruni e misurarne l'aspetto,
ma il mio indirizzo è
Via del sopracciglio destro
con rispetto parlando, e altre parti, altre parti di me.

venerdì 12 novembre 2010

venerdì di novembre - leaving do

C'era una stanza con un letto mezzo disfatto, con le lenzuola a quadri verdi e azzurri di ikea. C'era un pavimento di quelli delle case anni 50/60, quadrate con il lato di 30 o 40 cm, bianche, macchiate di poligoni irregolari marroncino chiaro, cappuccino, caffè macchiato e cose così.
Io dovevo fare pipì.
Guardavo avanti e c'era il figlio dell'amica di mia madre che pareva avesse appena utilizzato il water che era sul lato della camera da letto. A me mi fa un po' senso l'idea che il water sia lì e che ci sia il figlio dell'amica di mia madre che può vedermi. Però devo fare pipì. Mi avvicino, tutto il resto della scena scompare. Vedo solo la parte anteriore della tazza e una roba viscida e dotata di ventose di color rosa-marroncino che tenta di arrampicarsi, mentre si sente il rumore dello sciacquone. Ma la cosa marrone lotta strenuamente contro lo sciacquone e il suo tentacolo grasso e tenace affiora alla superficie con tutta la forza. Il polipo gigante si fa strada nella mia vita.

C'è che tutti noi, chi più chi meno a seconda della nostra sensibilità e della nostra esperienza, abbiamo gelosie, invidie, emozioni, affetti, desideri, rancori, senso di sconfitta. A volte alcuni di noi lottano contro questi sentimenti, che si insinuano inattesi nelle nostre vite, alla tua festa di compleanno o mentre sei in un barcon un'amica a goderti qualche prelibatezza ingrassante. Alcuni di noi, sempre gli stessi o anche altri, lottano anche contro le proprie paure, quelle che ci prendono così per caso e che di primo acchito non riconosciamo. La paura, tanto per dirne una, di una relazione amorosa, che infondo è da anni che desideriamo. La paura di prendersi cura di qualcuno e che quel qualcuno non si prenda abbastanza cura di te. La paura di dare troppo, più di quello che danno a te. O la paura, a volte quasi pietrificante, dei pettegolezzi inutili, della cattiveria gratuita e fine a se stessa. Ci sono momenti in cui tutti questi sentimenti si uniscono a formare un'enorme matassa di ansia all'interno delle tue ossa e della tua carne e momenti in cui come per magia la matassa si sbroglia e il filo si srotola contento sospinto da quel gatto arruffato che è la tua sempiterna voglia di vivere.

C'è che sappiamo che tutto finisce. C'è che sappiamo anche che nuove cose cominciano.
C'è che sappiamo che c'è gente capace di amore vero, anche se c'è gente, forse la stessa forse no, capace di odio agghiacciante.

mercoledì 3 novembre 2010

vita interiore

Scritto il primo novembre
Arrivano e sorridono.
Le prime sono due sorelle brune “Felicidades, Anna, Felicidades”.
Dopo molte pressioni e un po' di antipatia camerierante troviamo una mesa, ce la danno più che altro perchè abbiamo 'okkupato' i due tavolini che sono all'ingresso, nella verandina. Siguen sonriendo. Parliamo della sera prima, di quello che hanno fatto, di quello che 'non' ho fatto io.
Arriva un altro sorriso. Lì con le sue stanghette verdi abbinate ai suoi occhi sorridenti.
Io ho sempre questa cosa qui, con gli 'ospiti' e quando organizzo qualcos,a che ho sempre paura che la gente non si diverta e non si senta a suo agio, come se dipendesse da me.
Quattro ad un tavolo da quattro. Telefonata: “Sono in ritardo, ho un dolce nel forno. Arrivo fra un'ora”.
Siamo lì charlando, un po' a fatica, tra gente che non si conosce molto, poi arriva un viso serio, nei suo occhiali bianchi che fanno tanto film con Monica Vitti, una mano dal tavolo si stende in saluto, e un sorriso di occhi scuri accende “gli occhiali come due fanali”, e una macchina fotografica rétro

scritto il due novembre
è bello sentire la tua mancanza quando è ormai sera, e aver voglia di tornare a casa per chiederti come stai. accendere la miracolosa sfera verde con il segno di spunta bianco per cercarti, non trovarti, dire a me stessa che ti manderò un sms, aprire svogliatamente la mail e lì come per incanto -'you've got mail'- trovare la tua mail che mi chiede dove sono e mi manda un bacino.
Avere voglia di parlare con te e sapere di avere la confidenza per chiamarti a mezzanotte meno un quarto, sapere che in fondo sarai contento, non mi hai scritto tanto tempo fa, non più di dieci minuti, non posso svegliarti, non voglio ma voglio dirti buonanotte.
E la tua voce sorride, a telefono mentre mi racconti di customer e tonni, valigie e aerei.
Una voce che mi ha dato serenità.

Può essere che domani qualcosa inizi -o finisca- che mi allontani da te. Ci pensavo in metro, non voglio che questa cosa mi allontani da te. Nemmeno dagli altri, ma soprattutto da te. Pensavo a quella cosa che mi hai detto quel pomeriggio che venni da te, quel giorno in cui la tua risposta sorprendentemente fu 'sì' alla mia proposta di un giro al centro commerciale. Mi dicesti 'quest'inverno se non ti sei fidanzata vieni a casa mia una domenica e ci facciamo una minestra e stiamo in casa al calduccio'. Mi piacerebbe poterlo fare. E abbracciarti. Ho voglia di abbracciarti, a te e un po' al mondo intero, anzi no a quel mondo a cui voglio bene. Ma a te di piú. Io credo nella vita e penso che lo faremo. Volevo chiederti scusa anche per quella cosa della gelosia che ho detto l'altra sera e che forse non era la prima volta che dicevo. Non so bene perchè, a volte ho questa cosa di aver paura di essere abbandonata, mentre invece tu, lei e gli altri oggetti della mia -di solito temporanea- gelosia, siete importanti per me, e non voglio perdervi e voglio che siate felici, come che sia.
Tu e tutte le persone speciali come te avete reso più belli questi trentacinque anni che ho vissuto.
Grazie per la tua voce sorridente, per il verde delle tue stanghette.
Non so se si può capire, forse non lo capisco nemmeno io.

Scritto il tre novembre

La continuazione di quanto scritto il primo novembre.... forse...

lunedì 11 ottobre 2010

...le mie chiavi di casa puoi tenertele tu...

...faccio a pugni con te e ti vengo a cercare...

insomma sto ancora così con questa voglia di parlare e parole che si fermano a metá. pensieri che si mettono in ordine da soli ma emergono solo quando sei arrabbiata o almeno un po' delusa.

qualcuno che si isola, che ti dice che è stanco, che ha voglia di starsene da solo, e tu che ti senti esclusa.

l'abitudine ce l'hai fatta a questa vita, hai visto che in un modo o nell'altro vai avanti e che sulla tua strada incontri gente che vale la pena di essere conosciuta.

fai sogni strani, con gente strana. sogni profondi e scuri. con pezzi di te, di un'altra te.

la difficoltá a confrontarsi con la gente con cui passi tuo malgrado la maggior parte del tuo tempo.

nessuno che davvero davvero sia in grado di penetrare nei tuoi pensieri. o piú che altro nessuno che ne abbia voglia. tutti ne hanno giá abbastanza dei loro problemi e dei loro pensieri. qualcuno magari pensa anche che le cose te le cerchi, a iniziare una storia con qualcuno che vive all'altro lato del continente. non è che poi davvero davvero hai bisogno di qualcuno che si preoccupi per te e che penetri in tutti i tuoi pensieri, la veritá è che sei abituata a com'è la tua vita e che il pezzo di solitudine che c'è a volte quando torni a casa la sera è un po' un pezzo di te.
peró in un pezzettino minuscolo della tua carne e del tuo cuore te lo ricordi ancora com'era quando c'era qualcuno con cui dividevi tutto, che quando i suoi piedi camminavano, camminavano i tuoi, quando i suoi occhi sorridevano sorridevano i tuoi.

...e altre parti altre parti di me...

andarsene era scritto perció ciao ciao, giá parte il treno...

a volte non credo piú in niente...

domenica 10 ottobre 2010

sogno con un doppio

c'era il mio ex e un suo amico del liceo. il mio ex era come me lo ricordo nell'ultimo periodo che stavamo insieme. il suo amico mi sembrava qualcuno conosciuto da sempre, appunto un compagno di scuola, un po' trasandato ma affidabile. a un certo punto qualcuno dice anche il nome e il cognome del compagno di scuola e a me nel sogno mi sembra normalissimo. poi mi sveglio e all'improvviso mi accorgo che il compagno di scuola era il mio ex com'era ai tempi del liceo e che il nome e il cognome del compagno di scuola sono in realtà il nome e il cognome del mio ex.
il sogno era popolato di gente, più o meno riconoscibile, probabilmente di periodi diversi della mia vita. il locale era come uno di quei pub di londra a soffitto altissimo, come quello dove prima c'era la banca d'Inghilterra. c'erano dettagli di antichità, la luce era la luce delle case negli anni settanta. Il mio ex sorrideva. Io ero contenta di averlo di fronte, e così sorridente.

Poi c'era il mare di Paestum, che si vedeva. La Paestum dei miei sogni non la Paestum reale. Una strada che corre vicino al mare con l'acqua che invade la strada. Tutto azzurro, acqua trasparente.