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mercoledì 19 novembre 2008

Dentisti, ascensori e altre amenità

Il mio dentista è del 1950. Cinquantotto anni portati bene.

Nell'anticamera dello studio troneggiano, sulla parete con parati, due lauree. Una porta la data del 1974 ed è stata emessa dal Capo dello stato spagnolo, mentre l'altra è del 1977 ed è stata emessa dal re. Due momenti di storia nella vita di una persona. La dittatura e la liberazione. E il libero scorrere delle idee. E delle vite.

La settimana scorsa il dentista doveva devitalizzarmi un paio di denti e, anziché farlo lui stesso, ha delegato un giovane uomo, alquanto insignificante visto "in borghese" ma con un certo fascino alla George in ER con il camice verde mentre sedeva accanto alla macchina della morte e mi dava il benvenuto in maniera affabile.

Ho trascorso due ore e mezzo con le piccole mani di quest'uomo appena trentenne nella mia bocca, studiando ogni piccolo dettaglio della sua barba incolta, dei suoi occhi nocciola tendenti al verde, dei suoi nei, delle sue sopracciglia separate da peletti meno scuri e più corti. Ho sentito il suo respiro sul mio viso e ho guardato il suo sorriso soddisfatto mentre guardava sullo schermo del computer la radiografa che mostrava il risultato del suo lavoro, mentre sollevato mi diceva vaya molas que tienes, Ana.

L'esperienza mi ha lasciato una gran voglia di mani, sorrisi e cure amorose di chi capiva e sentiva il dolore, seppure non manifestato, di chi possa volere che io stia bene. Malinconia.

Ma il vuoto è stato presto riempito il giorno seguente dall'arrivo scoppiettante della mia sorella di destino dalla lontana Irlanda, che mi ha riempito le giornate, riscaldato il cuore, stimolato la mente. Che mi ha offerto gratuitamente il suo amore. E la sua esilarante compagnia.

Ma… alla sua partenza il vuoto era ed è ancora più enorme.

Lunedì al ritorno dal lavoro ero di nuovo sola e la malinconia ha invaso il mio cuore, mentre sola soletta, tornavo a piedi dalla piscina, fantasticando del mio vicino occhio luminoso (come Pallade Atena).

Arrivare al portone di casa. Vedere la freccia rossa rivolta verso il basso sull'indicatore luminoso dell'ascensore. Un istante per capire. E la porta scorrevole si apre. Dalla sliding door non esce Gweeneth ma occhio luminoso, con un gordo cardigan di lana marrone a coste larghe. Il casco nella mano destra. Scambiamo uno guardo intenso. Hola que tal, bien y tu. Siamo lì fermi uno di fronte all'altro con i piedi ben piantati, con la voglia di parlare e con le parole che non arrivano al mio cervello. E lui che dice bueno, que te vaya bien

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Un abbraccio forte

(Ed un guai a te se la prossima volta non continui la conversazione:))

A picco sull'oceano ha detto...

eheheh :-)

stamattina l'ho incontrato e ho fatto una battuta, ha perfino riso.

Poi dopo mi sono accorta che ho sbagliato un congiuntivo :(

Rimorchiare nella propria lingua madre è molto più facile...

Anonimo ha detto...

decisamente...
poi però pensa che c'è gente (come me) che sbaglia i congiuntivi anche nella propria lingua :(
(sei autorizzata a picchiarmi per via della cartolina, eh... :((( )

A picco sull'oceano ha detto...

no ma figurati... non è stato traumatico, non so xché ma me l'aspettavo, fa parte del personaggio