Pagine

Visualizzazione post con etichetta la lingua italiana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la lingua italiana. Mostra tutti i post

mercoledì 23 giugno 2010

23 giugno

ho visto su wikipedia i Santi di oggi, sono santi con il cognome, e questo già la dice tutta.
Però che santo è domani non c'è bisogno di controllarlo da nessuna parte.
Domani è San Giuànn, come si direbbe a Napoli, e in Catalogna la festa comincia il 23 notte. Una masnada (che bella parola masnada*) di gente si catamina sulla platja a bere, a ballare e a sparare petardi, come già ci ha ricordato un altro catalano acquisito altrove.

Scogliera ha una strana relazione con questa festività, a metà tra l'impotenza e l'emarginazione. Per qualche recondito motivo sì, questa festa mi fa sentire impotente ed emarginata.

Insomma quello che davvero ci interessa è che a San Giuànn non si travaglia, non si lavora, ergo non si soffre. Quando studi lessicografia all'università ti spiegano questa cosa di come un lemma in una stessa lingua o in due lingue diverse cambia di significato nel tempo e passa designare qualcos'altro che ha con il primo singificato qualcosa in comune. In certi casi poi il lemma che ha mutato il significato cambia anche forma o qualche particolare della grammatica in qualchem odo per sancire dal punto di vista formale l'avvenuto cambiamento. Ad esempio in catalano Terra nel senso del pianeta di dice La terra, ma nel senso di suolo si dice El terra.

Insomma, non si lavora. Non si lavorerà, per essere precisi, perché al momento si lavora.

La primavera, perché si è vero che da lunedì siamo ufficialmente nell'estate ma nella pratica è ancora primavera, è la stagione degli amori. I nostri ormoni travagliano di più, la nostra pelle si fa più luminosa, ci sentiamo più belli, ci vestiamo meglio, notiamo gli uomini che (o le donne) che ci guardano in metropolitana e via discorrendo.

Questa cosa va bene quando hai un fidanzato o quando te lo fai in quella suddetta primavera. Altrimenti è un po' frustrante, perché quell'atmosfera sognatrice e da sogno si infrange contro uno scoglio di realtà, come un'onda invernale durante una mareggiata, quelle onde che frantumano i muretti difensivi dei lidi sul litorale...

Insomma c'è di buono d'altro canto che la primavera ti fa anche vedere il bello e sorridere, ma sorrideremmo di più senza questo cielo grigio, nevvero (avrebbe detto la mia prof di italiano del liceo)?


*Devoto e Olio dicono:
ETIMO Dal provenz. maisnadafamiglia, servitù’, dal lat. *mansionatagente di famiglia’, der. dimansio -onisabitazione

mercoledì 1 aprile 2009

tutto mi sembrava andasse bene, e tutto mi sembrava andasse bene, tra me e le mie parole, tra me e le mie parole e la mia anima

tra i pensieri che facciamo alcuni sono dovuti a uno stimolo particolare. Voglio dire, la speculazione criticolinguisticoletteraria di solito la facciamo quando siamo a contatto con l'oggetto della speculazione stessa. Ovvero, se leggiamo, le parole sulla carta colpiscono alcuni tasti nel nostro cervello, che innescano ricordi, conoscenze, desideri e ci fanno elaborare pensieri, piú o meno complessi o per lo meno colpiscono i nostri neuroni.

Io credo che se mia madre 6 mesi fa, quando le dissi "mamma dammi tre libri in italiano ben scritti, ché ho bisogno di tenere viva la mia lingua materna" non mi avesse dato insieme a Guccini e Carofiglio il libro che sto leggendo ora il mio cervello avrebbe ricevuto migliaia di stimoli in meno.

Non tutti i libri stimolano allo stesso modo.
Ad esempio io ho sempre considerato Guccini, cantante e scrittore, un grosso stimolo per me. La sua capacitá di mescolare lingua antica, lingua letteraria, echi poetici e veemenza sono stati per anni il motore del mio pensiero criticolinguistico.

Da quando ho cominciato a leggere questo libro del millenovecentosessantaqualcosa con la copertina azzurro shock, i numeri di pagina in caratteri similgotici e con le virgolette chiuse al posto di quelle aperte, mi sono accorta che senza questo libro il mio cervello sarebbe morto schiacciato dal rumore e della gente nel metro già giorni fa.
In quindici giorni ho letto 60 pagine. Il ché è veramente poco per un libro che alla terza pagina è saltato in testa a tutti i miei libri favoriti, ha surclassato non solo Guccini, ma tutti i guareschi i pirandello i pratolini i bulgakov e persino i checov e i tolstoj che ho amato nella mia vita.

Ora, io sono in un internet point, uno di quei posti tristi che qui chiamano Locutorios dove gente che ha le famiglie lontano va a telefonare, e dove usano il pc ceffi dalla pelle scura e dal capello spesso. Pertanto non ho con me il prezioso libro che oltre a spalancarmi un mondo sul dialetto veneto (Vicenza è in Veneto, ¿verdad?) ha rimesso in moto gli ingranaggi del mio pensiero filologico- storico-linguistico.
Parlare di questo libro senza citare le frasi è invero come parlare alla maniera dei discorsoni pomposi e vacui del nostro presidente del consiglio.

La storia di un bambino raccontata dal bambino diventato grande che nella sua immensa cultura rivive da adulto colto le emozioni delle parole scoperte da bambino, in un parallelismo continuo e naturale, non forzato, tra dialetto e italiano.

Il dialetto, quello del libro, è - come avevo giá avuto modo di sperimentare ascoltando i commenti di un amico noneso (della Val di Non) che a sua volta ascoltava incredulo le conversazioni in catalano tra amicaPR e amichetta di Spagna - incredibilmente simile alla lingua del posto in cui vivo ora. Un lingua che non conosce doppie quasi, che conserva una purezza di italiano antico che palatalizza suoni gutturali e gutturalizza suoni palatali.

Quel bambino, con il suo approccio puro aperto e intelligente alla vita, ogni mattina mi presenta un pezzo dell'Italia di ottant'anni fa, l'Italia in cui è stata bambina mia nonna, un'italia senza tv, un'italia con la violenza non ancora esplosa, ma in nuce già, di distorsioni del pensiero e della verità.

domenica 1 marzo 2009

Passato, presente e letteratura. Per un futuro che potrebbe non arrivare

- quando ero bambina sì sognavo di essere come paperon de paperoni
- ora no?
- no, ora ho altri sogni
- come?
- scrivere
- cosa scrivi?
- pensieri. Cretinaggini, meglio sciare (indicando i suoi sci).
-sì, a me piace sciare.

L'avvocato Guerrieri incontra un amico dell'università. Quello che era il suo migliore amico. E gli chiede della moglie. E' morta. Nell'arco di tre mesi. L'amico racconta:
"*Sai, Guido, allora pensi a un sacco di cose. E soprattutto pensi al tempo sprecato. Pensi alle passeggiate che non hai fatto, alle volte che non hai fatto l'amore, a quando hai mentito. A quando hai fatto il ragioniere con la moneta degli affetti. Lo so che è banale ma pensi che vorresti tornare indietro e dirle quanto la ami, tutte le volte che non lo hai fatto ma avresti dovuto.*"
Alla fine della conversazione con l'amico, l'avvocato Guerrieri chiama Margherita e le dice - più o meno - che la ama.

Ora io ero nel mio letto arancione, dopo una giornata persa a far nulla, con nel cervello la tortura del dover preparare le scatole. Senza prepararle. Fino all'ora in cui ho chiamato la smilza per sapere come stava. Ma lei non ha preso la chiamata ed è comprasa su skype. Abbiamo cominciato una delle nostre conversazioni surreali, in cui a un punto io le raccontavo di una delusione amorosa, aggiungendo poi che mi era già passata. Lei ribatteva che lei ci impiega almeno due anni a dimenticarsi di qualcuno. E io le ho detto: io dopo 3 anni e mezzo ancora penso a P. Lei ha detto: siete stati insieme tanto tempo. E io: non lo so se è questo. E' che penso di aver sbagliato.

E ho pensato, nel letto, che non sopportavo cose che fanno parte della vita, che sono inezie e che anzi in passato erano state il bello del rapporto. E per quelle cose ho distrutto il buono, l'ho triturato, l'ho segato. Fino a che non fosse più stato possibile ricostruirlo.

L'avvocato Guerrierie il suo amico Emilio hanno fatto venir fuori lacrime e pensieri.
Un rigurgito. Innescato probabilmente anche dalla delusione/presa di coscienza di oggi.

E la moto si allontanava rapida, dopo che lui aveva chiesto un bacio a lei. Una lei vestita di verde. E le aveva detto "Adeu".

* da A occhi chiusi, si G. Carofiglio

giovedì 11 dicembre 2008

varie ed eventuali

siccome scrivo di meno, quando scrivo ho più cose da raccontare. Ma siccome il tempo a disposizione quando mi metto a scrivere è sempre poco, le molte cose da raccontare collassano in poche righe, si frammentano, si spezzettano, diventano più evocazioni che fatti o cose o persone della mia vita.

Paragrafo 1 Parole che mi hanno emozionato
sottoparagrafo 1.1 Millanta
lo conoscete il verso della canzone Don Chisciotte di Guccini, che dice:
"Ho letto millanta storie di cavalieri erranti, imprese di vittorie dei giusti sui prepotenti". Insomma io ho sempre pensato che Guccini dicesse "millantastorie", tuttaccato, sostantivo plurale maschile, il che non ha troppo senso perché un millantastorie lo ascolteremmo non lo leggeremmo. Ad ogni modo, ieri mentre leggevo La Repubblica mi sono accorta che Guccini scrive "millantaspaziostorie, ed è scattata l'operazione Oli Devoto.
"Millanta" vuole dire "mille", con il suffisso -anta, rifatto sulla base di quaranta, cinquanta, etc. Una delle attestazioni più celebri della parola "millanta" è boccaccesca: "haccene più di millanta, e tutta notte canta".

sottoparagrafo 1.2
non esiste. o almeno non esiste ancora, perché ora me ne vado a dormire. :)
hasta la pasta

giovedì 26 giugno 2008

palabras del día de San Juan (letto giuàn)

Il giorno di San Giovanni ho avuto tempo libero e per caso mi sono trovata a chattare con Amichetta di Spagna che ha avuto modo, come sempre, di insegnarmi una parola nella sua lingua:

acuñar1.

(De cuño).

1. tr. Imprimir y sellar una pieza de metal, especialmente una moneda o una medalla, por medio de cuño o troquel.

2. tr. Hacer, fabricar moneda.

3. tr. Dar forma a expresiones o conceptos, especialmente cuando logran difusión o permanencia. Acuñar una palabra, un lema, una máxima.




acuñar2.

(De cuña).

1. tr. Meter cuñas.

2. tr. Ajustar unas cosas con otras, encajarlas entre sí.


*******************************************************************************

Il giorno di San Giovanni ho avuto tempo libero e leggendo Tango e gli altri mi sono imbattuta nella parola CAVEDAGNA


ca|ve||gna
s.f.
RE sett., var. ⇒capezzagna.

******************************************************************************

ca|pez||gna
s.f.
TS agr., striscia di terreno incolto che limita le testate di un campo coltivato ed è perpendicolare alla direzione dell’aratura [quadro 19]
Varianti: cavedagna
chiave di ricerca: capezza




martedì 17 giugno 2008

Vita

Ci sono topi tutti in giro, topi tutti intorno, topi mattina e sera, topi mattina e giorno. Sudici topi lucidi, giocano a nascondino, fanno tana nel tronco degli alberi, dentro al nostro giardino.


Una canzone allucinata come questa giornata.

Un ufficio al secondo piano. Gente al PC. Ticchettìo di tasti di plastica premuti da dita frenetiche. Più digiti, più produci.

Alla mia destra finestre. Oltre la finestra, un palazzo violetto, antico, ottocentesco. E fronde d'alberi. Più in là, oltre il palazzo si intravede un pezzo di cielo: bianco di luce, grigio di pioggia.

La prima volta che ho sentito quella canzone era da un album con la copertina di plastica nera. Completamente nera. E i testi erano su libretto giallo, che viene da chiedersi se De Gregori abbia comprato quella carta gialla 20 anni fa e la utilizzi e riutilizzi e riutilizzi.

Ero iscritta allora a uno di quei club dove paghi un tot al mese e scegli un CD. Una cosa tipo il club degli editori, ma per i dischi compatti (come diceva il mio nonno italianista). E scelsi questo CD con la copertina nera, di cui non sapevo nulla, a parte il fatto che fosse di De Gregori, quello de La donna cannone e de La storia siamo noi.

Si chimava Bootleg. Le canzoni che conoscevo erano arrangiate in una maniera diversa. E tra le canzoni 300000000 di topi, che ascoltai ma non capii.

Finché un giorno il mio amico P., che ancora non aveva il cellulare nuovo perché a quell'epoca il cellulare ce l'avevano in pochi, mentre parlavamo del più e del meno, nominò questa canzone. E io gli parlai del CD, e lui l'ascoltò. E mi disse che non mi era piaciuta perché era live. E mi fece ascoltare la versione acustica. E mi piacque.

E la esaminammo, sottoponendo parole, musica e silenzi ad un'attenta disamina. Lui mi diceva che avevo la vena della critica letteraria. Che avevo capacità interpretive insuperabili. Che a volte lo facevo troppo. Ma le mie teorie degregoriane lo affascinavano. E la cantavamo, e la citavamo. Questa e altre, con Guccini che cominciava a entrare di sguincio nella mia vita, tra il libeccio di una domanda e il picchiettìo di una scatola di te.

Con l'amore che cominciava a serpeggiare. E gelosie non dette. E la paura di "altri" che invadessero i nostri spazi. C'era la musica, la primavera che entrava nell'estate, c'erano i libri...di poesia, di grammatica inglese, di diritto privato ed economica politica. C'erano i sogni. Soldi quasi non ce n'erano. E c'era la promozione di MacDonald con gli hamburger a mille lire la sera. E passeggiate interminabili, tra Neruda e Garcìa Marquez, tra i bruchi delle epistole entomologiche e i carciofi guerrieri delle odi elementari. E c'erano sterminate distese di topi, refrattarie ad ogni sterminio, sorridevano dalle finestre tutte d'oro e d'alluminio. Quei topi tra il sogno e la realtà. Topi come tarli. E c'erano sempre meno amici. E sempre più dizionari. E sempre più sogni.

Poi ci furono le lauree, le scelte. E ci furono la valigia dell'attore, prendere e lasciare, stagioni, ci furono le pubblicità tamarre e i sicchi e nafta, ci furono partenze e ritorni. Ci furono morti. Ma la vita continuò. E ci furono concerti, a Faenza, a Cesena, dov'era la nostra vita allora. E ci furono liti per hotdog con senape, per cyclette non utilizzate, per amici non visti. E ci fu noia. Ci fu sesso. Ci furono sorrisi e mani. Ancora speranze. Ancora noia. E ci fu paura. Promesse non mantenute.

Ed io ti ho veduto salire sopra un altare
e dire una messa da topi e per i topi pregare


E le dita continuano a ticchettare (che non sono passi e non è buon umore). E il cielo è ancora color inverno.

La ragazza con le unghia lunghe arriva con una tazza di te e si siede alla scrivania.

Tra una riga e l'altra di questo foglio di pixel, Berlusconi annulla leggi e ne fa di nuove, gente mai vista scrive post su blog, voci tedesche mormorano alla mia sinistra, voci spagnole a voce alta discettano alla mia destra.

Coinquilina mayor - che già più non condivide l'appartamento - sarà a casa, un occhio a leggere, un orecchio alla TV. I telefoni al suo fianco sul tavolino di vimini. Hermanita starà combattendo fra carte e scartoffie in attesa che il buio le regali l'atteso abbraccio e le carezze. L'uomo col cellulare, che il martedì ha giornata lunga, sarà alla macchinetta del caffè con la sua nuova compagna, mentre E. da dietro a una colonna li guarda e fa gestacci.

Perché la vita va. Vita era ieri. E vita sarà domani. E non spieghino a me come si usa l'articolo in italiano.


Da troppo tempo bella, non più bella tra poco, colei che vide al gioco la piccola Graziella.

Belli i belli occhi strani della bellezza ancora d'un fiore che disfiora e non avrà domani.

giovedì 15 maggio 2008

Di Guccini, Machiavelli e altre schiocchezze

Da quando Guccini ha cominciato a scrivere con Machiavelli i gialli ambientati in Emilia, io di tanto in quando mi chiedo... chi dei due ha scritto cosa. Dei romanzi dico.

Ovviamente ho una mia teoria. Non sia mai detto che Scogliera non ha un'opinione, soprattutto se si parla di lingua.
Secondo me Machiavelli inventa la storia e Guccini scrive.
La teoria è supportata dal fatto che la lettura dei libri che Guccini ha scritto da solo risulta veramente laboriosa dal punto di vista del contenuto, in quanto la trama è pressocché inesistente, mentre è incredibile dal punto di vista linguistico, cosa che non meraviglia, visto che già sappiamo come scrive Guccini dallaesue canzoni e quanto della cultura e letteratura italiana ed europea ci sia nella sua opera cantautorale. Ovviamente Machiavelli potrebbe sentirsi offeso, della serie: sta sciaquetta di Scogliera pensa che non ho un buono stile. Caro Machiavelli, non lo so che stile hai, perché confesso prima che tu iniziassi a scrivere con Guccini non sapevo nemmeno chi fossi. Purtroppo godo di una certa ignoranza. Mia madre cmq, che legge tutto il tuttibile, dice che scrivi bene, ma le ho chiesto un parere tre giorni fa e anche lei pensa che la lingua dei vostri gialli sia farina del sacco di Guccini.

Ora, io adoro quei gialli. Si respira l'odore della montagna emiliana. Si gusta il sapore di un lessico vernacolare perfettamente integrato in un italiano colto con influenza poetica dei periodi più disparati. Si sente il rumore di sottofondo della guerra e la stessa umana compassione e sensibilità con cui Guareschi (altro emiliano) guardava ai suoi Peppone e Don Camillo, lo stesso modo di aggettivare, lo stesso modo di nomignolare, l'affetto per lo stesso periodo storico e a volte addirittura interi sintagmi sembrano usciti da un racconto sul prete manesco. Si annusa dappertutto l'odore della montagna, della terra bagnata, si ode il respiro dei montanari che si inerpicano su pendii che vedono gente sì e no una volta alla settimana. Si sente un'esperienza vera.

E c'è l'eco qui e là, lì e qui, del lessico gucciniano. E della sua articolazione sintattica. C'è una precisione quasi pascoliana nella descrizione della natura. Purtroppo non ricordo a memoria i sintagmi gucciniani, né li ho appuntati.

Cmq il motivo per cui ho iniziato a scrivere questo post è che sto leggendo Tango e gli altri, e a parte andare in estasi a ogni descrizione della montagna e a pensare un pagina sì e l'altra pure "questa l'ha scritta Guccini" oggi sono incappata in un paio di punti che mi sono apparsi frettolosi. Come di una buona capacità di scrivere però affettata e non sviluppata, come appunto capita quando non si ha abbastanza tempo fare qualcosa...
Comunque già nei giorni scorsi avevo notato che almeno in un paio di casi ci sono virgole tra il soggetto e il verbo, altro sintomo di fretta o di editing così e così, se vogliamo...

Oggi sono arrivata a pagina 100, dove il maresciallo Santovito, proveniente dalla provincia di Salerno, resosi conto di aver lasciato in macchina il pacchetto di sigari pronuncia la fatidica frase: "Ma guarda te. Senza sigari e con un piede a bagno."
Ma io dico, voi ve lo immaginate mai un campano a dire "ma guarda te"? Io no. Può aver vissuto in Emilia quanti anni pare a loro, ma un campano che ha vissuto almeno i primi 20 anni della sua vita in Campania non userà mai il "te" in quella posizione, soprattutto se è solo e sta imprecando tra sé e sé, come specifica il narratore. Io non me lo immagino, nemmeno se era un campano vissuto nel 1960 e che può usare l'espressione, invero un po' antiquata al giorno d'oggi (ma è questo che mi piace), "piede a bagno".

Uno sbarione culturale direi... un po' strano a dire il vero...
Ovviamente io propendo a credere che sia opera dell'editor, del correttore di bozze o di chi per essi... cmq sia, Guccini, ti perdono :-) perché senza di te la mia vita non sarebbe la stessa.

Ah! Ovviamente questi gialli hanno un'altra pecca: sono Mondadori, ov curs... per questo, Guccini, non lo so se ti perdono. Ci devo pensare. Forse se dici 3 avemaria e vieni a fare un concerto a Barcelona ci posso pensare, purché il concerto lo faccia da seduto, se no con la tua stazza da Bove ci schiacci tutti :-) e se ti mangi la frutta sciroppata in scatola, per favore invitami nel tunnel a mangiarla con te :-)

mercoledì 20 febbraio 2008

Mischiafrancesco*

il mare la sera...
... a barceloneta...

Il vento...
la notte
poca gente
senso di periferia
l'odore del mare come uno schiaffo
La voglia di nuotare. Dell'acqua gelida che avvolge il mio corpo.

Mentre scrivo ho cominciato a cercare in youtube "Pasolini", spinta dalla canzone di cui sopra, che come saprete è proprio dedicata a lui.

Qualche settimana fa, in un festival che hanno fatto qui, ho visto Pasolini prossimo nostro (vedi video) di Giuseppe Bertolucci. Mi ha molto colpito.
Non so molto di Pasolini, a parte aver letto la sua tesi di laurea e un paio di poesie e aver visto un paio di film (non quelli famosi). Conosco la sua storia per sommi capi...
Mi ha colpito il fatto che quello che diceva 30 anni fa Pasolini sia ancora adesso "rivoluzionario".
Essenzialmente questo.


In youtube c'è anche la scena di caro diario in cui Moretti "parla" di lui.
No, non lo dico per fare l'intellettuale, che tanto si vede subito che non lo sono.

Era solo un pensiero. Forte come quello del mare.
Nuotare, sebbene non a mare, mi ha fatto bene. I miei muscoli dolgono. La mia mente si è svuotata, e i pensieri ansiosi hanno lasciato il posto a un altro genere di pensieri: poesia, musica, film.

A Valencia, nella università, c'era una spiegazione di come la città di Valencia si fosse opposta a Franco. E tra l'altro c'era una poesia di Antonio Machado dedicata alla morte di Garcia Lorca

Machado l'ho letto la prima volta da bambina, curiosando fra i libri di mia madre... Edizione spagnola con testo italiano a fronte. Abbastanza per capire...

La poesia era il mio amore da bambina... Il mio poeta preferito Carducci (orrore!) e Arnaldo Fusinato... (chi è costui? quello de L'ultima ora di Venezia). Doppio orrore!

E intanto ascolto Fabrizio de Andrè...
Che conosco poco tambien...

*Impossibile trovare l'etimo della parola Mischiafrancesco in google... eppure sono sicura di aver letto qualcosa in proposito anni orsono... Una strana parola, nevvero?

23.22... mi sono imposta di andare a letto a un orario decente... 23.33

23.40... peccato che poesia, musica e film mi facciano pensare a lui... alle sue parole di ieri e a quelle dette in questi anni. A quando leggevamo l'ode al carciofo di Neruda, a quando ci chiedevamo come mai la moglie di De Gregori non si incazzasse del fatto che il marito aveva dedicato una canzone d'amore a Caterina Bueno e... a molto altro... a quello che vorrei ora... con lui... a ciò che non si può cancellare, a quello che non tornerà mai più...

domenica 23 settembre 2007

Madrid - Roma

Piccoli commenti sparsi:

  • Ryanair è quasi palindromo - uno dovrà pure pensare a qualcosa durante un viaggio aereo di due ore se non c'è nessun vicino di posto simpatico/carino/che non legga tutto il tempo con cui parlare.
  • Che bella la tastiera con gli accenti.
  • Della serie"la lingua ritrovata": un controllore sul treno che dice a telefono in perfetto accento napolaetano "e che problema c'è".
  • La mia stanza rimaneggiata dall'hermanita.
  • Un chilo di queso manchego e una bottiglia di Jerez sul tavolo della mia cucina.
  • Nuovi ricordi.
  • Nuova percezione della vita.
  • Nuovi propositi.

Questo e molto altro da domani sui vostri schermi :-)

Buenas noches,

Scogliera italiana

lunedì 23 luglio 2007

Dizionario di italiano. Lemma: fantasmini


Antefatto
Oggi, leggendo un blog, mi sono ritrovata a chiedermi per la seconda volta in 8 giorni il significato di una parola che non avevo udito prima o su cui almeno non mi ero mai soffermata.
La parola è quella riportata nell'oggetto: "Fantasmini".

Divagazioni lessicali e semantiche multilingui su piccoli fantasmi e altri demoni
Dopo aver capito di cosa si tratta, ho comunque deciso di aprire il dizionario per verificare. Il lemma - come era prevedibile - manca.

Guglando, ovviamente ci sono numerosissimi hit per "fantasmini", sia nell'accezione di "piccoli fantasmi" che di "calzini più corti dei calzini normali", e ovviamente è possibile trovarne anche fotografie.

Ora mi domando e dico: essendo l'oggetto in questione un'invenzione degli ultimi anni, in quanti dizionari della lingua italiana sarà riportata l'accezione di "calzini"? Purtroppo non posseggo nessun dizionario della lingua italiana pubblicato negli anni novanta o successivamente, e non ho consultato il dizionario online della garzanti perché mi urta tremendamente che sia necessaria la registrazione. Non mi dispiacerebbe se qualche lettore (ammesso che ce ne siano) consultasse i dizionari che ha a casa e mi comunicasse il responso.

Ovviamente, data la mia natura linguisticamente curiosa, mi sono domandata come si dica "fantasmini" in inglese. Guglando ho trovato anklet socks e poi mi sono accorta che sono più numerosi gli hits per ankle socks che sembra apparentemente più corretto e usato. In realtà, da Google Immagini ci si rende facilmente conto che entrambe le espressioni inglesi designano sia i fantasmini sia quelli che comunemente chiamiamo calzini.

Siccome uno dei miei sogni è sempre stato quello di scrivere un dizionario, e siccome una volta ho perfino letto un manuale di lessicografia, e siccome non ho trovato finora un dizionario che spieghi la parola "fantasmini", e siccome mi metto nei panni del traduttore dall'italiano al giapponese-coreano-russo-basco-tamil-swahili, etc., che un giorno ipoteticamente possa trovarsi nella condizione di tradurre nella sua lingua il romanzo di PincoPallo-Tamaro-Benni-De Carlo-Campo-Andthelike in cui il protagonista guardando la televisione decide di comprare ad una televendita 20 scatole di *fantasmini* con quadro di ignoto autore ritraente il paesaggio di Miramare ("frazione di Rimini" aggiungerebbe Tony Tammaro nelle vesti di interprete) in omaggio, siccome quanto detto, ho deciso di creare il primo lemma di quello che sarà un giorno nel futuro più futuristico il

GRANDE DIZIONARIO ILLUSTRATO DELLA LINGUA ITALIANA di Scogliera APiccoSulMare (Edizioni Blogdiscoglierapiccosulleparoledellalinguaitaliana)

Con un po' di fantasia, sfogliate il dizionario del futuro (che poi nel futuro esisteranno ancora le edizioni cartacee dei dizionari?) fino alla lettera F.

Con l'indice della mano sinistra (sì, sono mancina) cercate F,FA,FANTASMA. Scendete alla voce lessicale successiva (sì perché nel mio dizionario "Fantasmini" è un lemma indipendente da "Fantasma" e rigorosamente plurale, difettivo di singolare, perché se lo usi al singolare o ti si è spaiato il paio di calzini, in quanto come me non lavi mai le coppie insieme, o se riesci a lavarle insieme poi te ne resta uno nella lavatrice e lo stendi solo tre giorni dopo che l'altro si è asciugato, o se riesci ad asciugarli insieme, una volta asciutti, non fai il rotolino per mantenerli uniti e inevitabilmente li perdi, oppure parli di un piccolo fantasma).

Fantasmini, m.pl., calzini di tipo particolare che, anziché essere tagliati sopra la caviglia, sono tagliati sotto la caviglia. Iperonimo: calza. Inglese: ankle socks, meno comune anklet socks. A seguire, illustrazione a scopo esplicativo.


PS: questo post contiene il periodo più lungo di tutto il blog. Pertanto assegnamo a questo post il Cliff World Award per il periodo più lungo del blog. Non vi dico qual è il periodo più lungo, perché tanto sono sicura che ve ne siete accorti leggendo. Ci faccio un baffo io a Cicerone. Lo voglio proprio vedere se ci riesce Cicerone a tradurre quel periodo alla versione in classe :-P

venerdì 20 luglio 2007

Una mattina come le altre

Stamattina mi sono alzata e si sentiva un chiacchiericcio intenso. Non curante sono andata a farmi il caffè.

Il caffè. Ho sempre adorato il caffè, da quando avevo 11 o 12 anni e riempivo la tazzina di zucchero, poi versavo un goccino di caffè, perché più di quello non mi era consentito. E giravo giravo giravo col cucchiaino fino a ottenere una pastrocchia*, dolcissima e densa, al sapore di caffè. Mia nonna guardava l'operazione e rideva di sottecchi.
Da allora ho sviluppato una dipendenza. Particolarmente significativi per l'acquisizione di tale vizio sono stati gli anni dell'università. Non soltanto perché è stato andando all'università che ho scoperto la tradizione del caffè nella tazzina bollente e come bere il caffè con le labbra quasi ustionate ne esaltasse il gusto. Gli anni degli studi erano gli anni delle giornate chiusi in casa a leggere libri che parlavano di tempi andati o regioni del mondo che mi sembravano lontane anni luce. Ore tappata in casa a leggere, assorta. In quelle ore il mio compagno immancabile era il caffè bollente, sempre pieno di zucchero. Con mia nonna che diceva "Se lo fai, ne prendo un goccino anch'io. Ma non farlo forte!" A me il caffè piace denso, forte, pregno. A mia nonna piaceva acquoso, marroncino chiaro, delicato, direi...
In ufficio il caffè era una droga. E l'opportunità di alzarsi dalla scrivania per pochi minuti, di scambiare una chiacchiera con persone che ti erano più o meno affini. Nella maggioranza dei casi direi meno, ma in alcuni casi la compagnia era quella giusta, cosicché il caffè in ufficio assurgeva a momento idilliaco della giornata lavorativa. Con la tua collega preferita, poi diventata la tua Amica che ti raccontava delle sue inesauribili "scenette" con i fortunati di turno o del suo ultimo flirt.
Ho avuto periodi in cui il mio corpo sentiva l'esigenza di depurarsi dal caffè. L'ho sostituito col caffè d'orzo, una volta per diversi mesi. Una cosa diversa, ma con un suo quid devo dire. L'ho sostituito col tè, ma non è durata mai troppo. Non c'è feeling tra me e il tè. Di tanto in tanto mie compagne diventano le tisane. Al momento la mia preferita è arancia e cocco. Dolce. Buona la sera prima di addormentarsi. Ti dà quel tocco di dolcezza che ti serve, se non hai nessuno con cui lottare per la coperta. In qualche modo la controparte del caffè.


*Stando al De Mauro Paravia online, la parola "pastrocchia" non esiste. Esiste "pastrocchio: s.m., (sett., centr., fam.), pasticcio, intruglio; anche fig.". E poi esiste "pastocchia:s.f. frottola, (spec. raccontata per ingannare o per burlare qcn.).
Googlando si trovano parecchi risultati per la parola "pastrocchia". Per la maggior parte si tratta del nome di un utente di forum. Alcuni risultati sono su siti dedicati a consigli di bellezza: pastrocchia=intruglio. Altre volte, abbastanza spesso direi, "pastrocchia" è la terza persona singolare del presente indicativo del verbo "pastrocchiare" (immagino), non riportato dal De Mauro Paravia. Tutto questo per dire cosa? Non lo so, vedremo :-)